Il contributo dei cristiani glbt di Nuova Proposta alle domande per il Sinodo

Comunicazione del gruppo Nuova Proposta di Roma del 6 gennaio 2014.

L’ Associazione Nuova Proposta – gruppo di omosessuali cristiani operante nella Capitale da oltre 20 anni per l’accoglienza delle persone che faticano a coniugare con serenità la propria fede e la propria affettività – propone alla diocesi di Roma e a tutta la Chiesa il proprio contributo al Sinodo straordinario dell’ottobre 2014, rispondendo, a nome di tante persone omosessuali e transessuali credenti, al questionario proposto nelle settimane scorse a tutte le diocesi del mondo.
I rappresentanti dell’associazione Nuova Proposta, donne e uomini omosessuali e transessuali cristiani (www.nuovapropostaroma.it), hanno elaborato un proprio contributo, in virtù del proprio vissuto ed esperienza, al dibattito proposto, attraverso il questionario inviato a tutte le diocesi del mondo, in prospettiva del sinodo straordinario dell’ottobre 2014 su “Le sfide pastorali sulla Famiglia nel contesto dell’Evangelizzazione”.

“Ci siamo sempre sentiti, ci sentiamo e ci sentiremo sempre parte di questa Chiesa, e per questo, ci è venuto spontaneo proporre un nostro contributo, per le domande inerenti al nostro specifico, al questionario proposto nelle scorse settimane a tutte le diocesi.
Riteniamo che un sereno e fecondo percorso di crescita sui temi dell’accoglienza delle persone e delle famiglie omosessuali possa avvenire anche e soprattutto attraverso il confronto diretto con le vite delle persone per le quali, come sembra, si vuole avviare un inedito e opportuno cammino di inclusione, per l’appunto inaugurando “nuove sfide pastorali”.

Le donne e gli uomini di Nuova Proposta sono a disposizione di tutti coloro che vogliano approfondire i contenuti di questo contributo e per avviare un dialogo che siamo sicuri sarà costruttivo e porterà grandi benefici.

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IL NOSTRO CONTRIBUTO

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5 – Sulle unioni di persone della stesso sesso

a) Esiste nel vostro paese una legge civile di riconoscimento delle unioni di persone dello stesso sesso equiparate in qualche modo al matrimonio?

La legislazione italiana in materia è completamente inesistente; non è possibile il matrimonio civile tra persone dello stesso sesso e non vi sono riconoscimenti di alcun tipo per coppie conviventi (anche eterosessuali) né vi sono istituzioni analoghe ad esperienze straniere come PACS o “domestic partnerships”.
Uniche esperienze presenti sono dei “registri delle unioni civili” in alcuni comuni o municipi, che non offrono comunque alcuna ricaduta reale ed hanno al massimo valore simbolico
b) Quale è l’atteggiamento delle Chiese particolari e locali sia di fronte allo Stato civile promotore di unioni civili tra persone dello stesso sesso, sia di fronte alle persone coinvolte in questo tipo di unione?

Dobbiamo constatare, da parte della Conferenza Episcopale Italiana, un atteggiamento di chiusura di fronte a qualsivoglia proposta di riconoscimento di unioni civili fra persone dello stesso stesso, per non parlare dell’ipotesi del matrimonio civile.
Tale rigidità e chiusura porta con sé diverse conseguenze negative per le persone coinvolte, che si vedono così negati diritti inalienabili della coppia, come la possibilità di lasciti testamentari, assistenza al partner malato, possibilità di successione nei contratti di locazione etc. Il mancato riconoscimento della dignità di tali unioni fomenta inoltre atteggiamenti omofobici che fanno considerare le coppie dello stesso sesso cittadini “di serie b”.
Per quanto riguarda l’inclusione delle persone omosessuali e delle coppie omosessuali all’interno dei cammini di fede comunitari proposti dalla Chiesa Cattolica, con profondo dolore al momento non possiamo che segnalare l’assenza pressoché globale di qualsiasi tipo di iniziativa. I rimandi che vengono complessivamente fatti, in presenza di persone o coppie omosessuali, sono al catechismo ufficiale della Chiesa che condanna le relazioni omosessuali.

Questo ha due conseguenze molto importanti (soprattutto sulla serenità delle persone omosessuali): in primis il fatto che l’omosessualità non viene mai citata se non come categoria morale o sociale e, quindi, le persone omosessuali, specialmente in età adolescenziale o giovanile, non vedono riconosciuto il loro essere che, in pratica, “non ha nome” nei contesti comunitari cattolici. Un ragazzo gay, ad esempio, in un contesto parrocchiale, difficilmente potrà esperire quello che esperisce qualunque altro suo coetaneo: innamorarsi, condividere le proprie emozioni in libertà e anche con leggerezza, insomma, “vivere”.
La seconda conseguenza riguarda le coppie omosessuali: se, infatti, due persone dello stesso sesso cattoliche, che sentano di costruire il proprio progetto di vita in un rapporto di coppia, volessero frequentare come coppia un cammino di fede nell’ambito della loro chiesa cattolica, si troverebbero di fronte alla totale impreparazione dei pastori di riferimento che, al momento, potrebbero solo vivere come “problema” la richiesta di questa coppia e, quindi, in maniera più o meno diretta, non consentirne l’inclusione nella comunità.
Anche le coppie omosessuali, come le altre, avrebbero bisogno di accompagnamento nel fortificare e sviluppare il loro progetto di amore, anzi forse ne avrebbero bisogno di più, mancando al momento ancora modelli di riferimento a cui ispirarsi.
c) Quale attenzione pastorale è possibile avere nei confronti delle persone che hanno scelto di vivere secondo questo tipo di unioni?

L’assunto evangelico del “non giudicare”, lo spirito inclusivo del messaggio di Gesù sull’amore del Padre e la capacità dello Spirito di essere fecondo nei più disparati percorsi di vita dovrebbero portare la Chiesa ad essere dimora accogliente per chiunque voglia fare suo il messaggio di Cristo e la dimensione di speranza/certezza che la Fede porta con sé.
L’accoglienza delle persone omosessuali nella Chiesa dovrebbe partire dal riconoscimento della piena dignità della persona omosessuale nonché della dimensione affettiva che porta con sé, capace, esattamente come la persona eterosessuale, di amore incondizionato, di dono di sé e di fecondità spirituale, anche in una relazione di coppia.
Particolare attenzione dovrebbe essere rivolta alle ragazze ed ai ragazzi che si scoprono omosessuali, talora all’interno di gruppi parrocchiali, e che troppe volte vedono i propri sentimenti ridotti a dimensione di “peccato” e non hanno la possibilità di condividere una parte essenziale della propria vita con i compagni ed i catechisti, con il rischio di interiorizzare meccanismi omofobici che sono di ostacolo al pieno sviluppo della persona in tutte le sue dimensioni.
In primis, da parte dei pastori, sarebbe fondamentale un sereno e serio percorso di approfondimento della condizione di vita delle persone omosessuali, dei problemi che si trovano ad esperire a causa di una società e contesti sociali e comunitari non inclusivi.
Il percorso dovrebbe proseguire con una riflessione su cosa ha realmente impedito una completa accoglienza di persone e coppie omosessuali all’interno dei cammini di fede, cercando di porsi di fronte al tema non con gli occhi della legge ma con quelli del cuore, cercando di avere sempre al centro del ragionamento il bene della persona.
d) Nel caso di unioni di persone dello stesso sesso che abbiano adottato bambini come comportarsi pastoralmente in vista della trasmissione della fede?

Si calcola che in Italia siano ca. 100mila i bambini e le bambine con almeno un genitore omosessuale (nati quindi da una precedente relazione eterosessuale) o con entrambi i genitori dello stesso sesso (nati non tramite adozione, non consentita in Italia se non a coppia eterosessuali sposate, ma attraverso tecniche di fecondazione assistita all’estero, non essendo la fecondazione eterologa possibile nel nostro paese).
Il fatto che molti di questi genitori desiderino battezzare i loro bambini ed educarli nella Fede dovrebbe per la Chiesa essere occasione di gioia e felicità e non “pietra di scandalo”.
Molte realtà parrocchiali ritengono giustamente che la trasmissione della fede nella dimensione del catechismo e dell’avvicinamento ai sacramenti richieda un forte coinvolgimento delle famiglie e questo può essere realizzato solo se tutte le famiglie hanno piena accoglienza e dignità nella dimensione parrocchiale. Importantissimo, infatti, per la salute psicologica e la serenità di questi bambini, è che la comunità di fede di appartenenza non neghi mai la realtà familiare in cui questi bambini sono nati e vivono. Per queste famiglie e questi bambini la Chiesa dovrebbe (e può) essere una madre tenera che li stringa in un forte abbraccio fortificante.

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