Sinodo sulla famiglia: gli elementi di un possibile dibattito

Riflessioni di René Poujol pubblicate sul blog Renepoujol (Francia) il 3 luglio 2014, traduzione di finesettimana.org.

È interessante vedere ciò che il Vaticano alla fine ha tratto dai contributi ricevuti dalle varie parti del mondo. Anche se dal testo non traspare l’audacia, resta comunque aperto il dibattito, per quanto poco vogliano affrontarlo certi “Padri”.
Un testo di questo genere bisogna sempre leggerlo due volte: la prima sapendo che non si sfuggirà alla tentazione di cercarvi ciò che si desidera trovarvi, la seconda per il testo stesso. E si passa talvolta dalla forte delusione a un accenno di speranza.

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Una diagnosi severa

Il testo, organizzato in 159 paragrafi numerati (a cui farò riferimento), ha una sua validità. Fa una diagnosi severa, sottolineando innanzitutto che l’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia è poco conosciuto dai fedeli e che “anche quando è conosciuto, tanti cristiani manifestano difficoltà ad accettarlo integralmente” (13). In particolare per quanto riguarda: il controllo delle nascite, il divorzio e le nuove nozze, la fecondazione in vitro, ecc. La situazione si complica per il fatto che i preti stessi, o almeno alcuni di loro, appaiono “indifferenti” se non “in disaccordo” con la dottrina della Chiesa, il che “ingenera confusione tra il popolo di Dio” (12). Da qui deriva uno scarto crescente tra ciò che vive una maggioranza di persone, cattolici compresi, e il Magistero della Chiesa cattolica.
Un altro elemento della situazione: l’estrema diversità delle situazioni e delle sensibilità, a seconda dei continenti. Ad esempio, il problema dei “separati, dei divorziati e dei divorziati risposati” è percepito come particolarmente sensibile in Europa e in tutta l’America, mentre lo sarebbe molto meno in Asia, o in Africa, dove il vero problema è quello della poligamia (86).

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Un invito a “prendersi cura” di coloro che vivono situazioni difficili

Il testo è anche segnato da ciò che si potrebbe identificare come il “marchio specifico” di papa Francesco. Di fronte ai fallimenti e alle sofferenze delle persone, il testo sottolinea quanto “è necessario che la Chiesa si prenda cura di famiglie che vivono in situazioni di crisi e di stress”, insistendo sul fatto che la parrocchia deve essere “il centro principale di una pastorale rinnovata, fatta di accoglienza e di accompagnamento, vissuto nella misericordia e nella tenerezza” (46). Invita ad una “attenzione particolare” per le madri di famiglia che allevano da sole i loro figli e “meritano l’ammirazione” (88) e anche ad un “atteggiamento rispettoso” nei confronti di persone che vivono in unioni omosessuali (113).
La “preoccupazione pastorale” è onnipresente nel testo. Riguardo alla richiesta di sacramenti proveniente da famiglie poco praticanti, il testo rileva la convinzione di molti tra coloro che hanno contribuito alla riflessione pre-sinodale che “l’approccio più proficuo è quello di un’accoglienza senza pregiudizi” (146); ugualmente, quando parla della legalizzazione delle unioni omosessuali in certi paesi, sottolinea “l’impressione che le reazioni estreme nei confronti di queste unioni, sia di accondiscendenza che di intransigenza, non abbiano facilitato lo sviluppo di una pastorale efficace…” (113). A buon intenditor…

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Carenza di comunicazione o sclerosi del pensiero?

Tuttavia, la sintesi proposta ai membri del sinodo straordinario dell’ottobre prossimo, sembra falsata su un punto essenziale: le ragioni della crisi riguardante l’insegnamento della Chiesa, da cui dipende, necessariamente, la ricerca di soluzioni per il futuro. Quando l’instrumentum laboris scrive: “Là dove si trasmette in profondità, l’insegnamento della Chiesa con la sua genuina bellezza, umana e cristiana è accettato con entusiasmo da larga parte dei fedeli” (13)…
immaginiamo che forse i redattori, in questo caso, abbiano preso i loro desideri per realtà. Che esistano fedeli di quel tipo, è certo. Ma questa analisi suggerisce che l’allontanamento progressivo di molti cattolici, anche praticanti, e il rifiuto o l’indifferenza di una maggioranza di non-cattolici deriverebbero unicamente da un “deficit di comunicazione”. Il che è un errore… tragico!
Tragico, perché, di conseguenza, avendo identificato quella sfida, tutta la tensione del documento mira ad interrogarsi sulla maniera di “trovare nuovi modi per trasmettere gli insegnamenti della Chiesa” (17).
Per cui, il problema doloroso dei divorziati-risposati, fonte di “sofferenza e di incomprensione” potrebbe trovare una risposta pertinente nella “formazione e informazione” (92) dei fedeli sui fondamenti della dottrina cattolica. Ugualmente, sulla contraccezione, l’urgenza sarebbe quella di “rinnovare il linguaggio della Humanae Vitae” (128).
Da restare allibiti! Salvo che tutto questo si situa, come ci si poteva aspettare, nella linea del Magistero della Chiesa cattolica e dell’insegnamento degli ultimi papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. In omaggio all’ermeneutica della continuità! Il dramma delle nostre società occidentali secolarizzate, segnate dallo “scoppio” della coppia e della famiglia, fonte di numerose sofferenze, deriverebbe unicamente dal suo rifiuto di prendere in considerazione la “visione della Chiesa”. Quindi, sottolinea il testo fin dalla premessa, la posta in gioco al sinodo è “riflettere sul cammino da seguire per comunicare a tutti gli uomini la verità dell’amore coniugale e della famiglia”.

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Il problema della “legge naturale”

Ecco, la parola è comparsa: “la verità”! Sento già i commenti: “Se non si crede che la Chiesa sia la depositaria della Verità, perché continuare a dirsi cattolici?” Certo! Il fatto è che, oggi come ieri, e questo da duemila anni, la difficoltà – la posta in gioco – è saper articolare la verità sul matrimonio e sulla famiglia (come del resto su altre realtà umane) con la sola Verità intangibile della nostra fede, che è Cristo attraverso il Vangelo!
Arriviamo all’essenziale. La Chiesa si affanna a convincerci che l’alfa e l’omega di ogni etica relativa alla coppia e alla famiglia si troverebbe nella legge naturale. E che, dato che la suddetta legge naturale, fondata sulla ragione, è destinata all’universalità ed è legittimata ad imporsi agli uomini di ogni tempo, di ogni cultura e di ogni continente… non c’è il benché minimo spazio tra l’insegnamento della Chiesa che ne deriva e le legislazioni che dovrebbero ispirarsene. Quindi, non c’è alcuna autonomia per la società civile!
Questo ragionamento si scontra con una doppia obiezione esterna ed interna alla Chiesa. L’instrumentum laboris riconosce che la nozione di legge naturale solleva oggi “perplessità” (20) e “incomprensione” (25). Quando il testo afferma: “Il venir meno del concetto di legge naturale tende a dissolvere il legame tra amore, sessualità e fertilità” (26), vien voglia di replicare che se il legame sessualità-fertilità ha, di fatto, un ancoramento innegabile nella natura, i legami col sentimento amoroso, con la monogamia e con la fedeltà coniugale hanno a che fare sicuramente più con la cultura che con la natura.
Ora, il riferimento alla cultura, fa subito pensare a diversità, evoluzione nel tempo e nello spazio. Bisogna rileggere Blaise Pascal: “Che cosa sono i nostri principi naturali, e non i nostri princìpi adattati all’uso? Abitudini differenti daranno vita a principi naturali diversi”.

Nel 2009, la Commissione teologica internazionale pubblicava un documento sulla “legge naturale” in cui si può leggere: “Talvolta, nel corso della sua storia, la teologia cristiana ha giustificato troppo facilmente con la legge naturale delle posizioni antropologiche che, in seguito, sono apparse condizionate dal contesto storico e culturale” (1).
Lo stesso testo conclude con queste parole: “La legge naturale non ha niente di statico nella sua espressione. Non consiste in una lista di precetti definitivi ed immutabili. È una fonte di ispirazione che sempre zampilla nella ricerca di un fondamento obiettivo ad un’etica universale” (2).

Non è ciò che appare dalla lettura dei testi più recenti del Vaticano sui problemi riguardanti la morale sessuale. Del resto, la commissione teologica internazionale riconosce la cosa con una certa ingenuità quando scrive: “Con Paolo VI (e la sua enciclica Humanae Vitae, 1968) la legge naturale si rivela un criterio decisivo nelle questioni relative alla morale coniugale.
Certamente, la legge naturale è di diritto accessibile alla ragione umana comune ai credenti e ai non credenti e la Chiesa non ne ha l’esclusiva, ma poiché la Rivelazione assume le esigenze della legge naturale, il magistero della Chiesa ne è costituito garante e interprete” (3).
Costituito da chi? Mistero! Abbiamo capito: se la Chiesa non ha il monopolio della legge naturale, si attribuisce quello della sua interpretazione. Ecco una pretesa oggi irricevibile nelle nostre società pluraliste.

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Quando la credenza non è più credibile…

Il caso (la Provvidenza?) ha voluto che leggessi questo instrumentum laboris subito dopo aver letto il libro che Jacques Neirynck ha appena pubblicato alle edizioni Salvator (4). L’autore, con alle spalle una formazione scientifica, vi sviluppa la tesi secondo la quale la fede è indissociabile dalla credenza, ma che di secolo in secolo la fede non può sopravvivere se non accettando di spogliarsi di una parte della credenza originale che lo ingombra e che i progressi della conoscenza giungono a contraddire.
Scrive: “Le credenze servono innanzitutto da veicolo imperfetto alla fede, con il linguaggio e secondo le concezioni dell’epoca. Con il tempo, la credenza comincia a perdere senso e ad oscurare quello dell’articolo di fede. Se non viene effettuato un adattamento, la credenza finisce per sussistere essa sola. Quando cessa di essere credibile, viene abbandonata, e la fede scompare con il suo veicolo sorpassato”.

Questa riflessione mi sembra assolutamente pertinente per il tema di cui ci occupiamo. Il discredito di cui soffre oggi l’insegnamento morale della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia trae le sue origini nel suo rifiuto a tenere in considerazione sia i cambiamenti demografici sia le scoperte della scienza che non hanno nulla a che vedere con gli “erramenti” possibili di società secolarizzate.
Al tempo di Cristo (ma anche a quello di Romeo e Giulietta) ci si sposava a 14 anni e si entrava quindi fin dalla pubertà in una vita sessuale attiva; la speranza di vita media garantiva più o meno una vita coniugale di due decenni e la mortalità infantile obbligava a numerose maternità…
Oggi ci si sposa attorno ai trent’anni, con la prospettiva di sessant’anni di vita comune e la quasi certezza di vedere crescere il figlio o i figli che si sceglie di mettere al mondo. Ormai praticamente solo la Chiesa cattolica ritiene che questo non debba cambiare nulla rispetto al divieto morale delle relazioni sessuali prima del matrimonio (il che significa in prospettiva sedici anni di continenza), al mantenimento del legame coniugale a tutti i costi e all’apertura alla trasmissione della vita ad ogni atto sessuale… Ciò che si esige oggi dalla coppia per la sua “santità” non ha mai avuto equivalenti in tutta la storia della Chiesa.

Per quanto riguarda i progressi della scienza, limitiamoci a questo unico esempio: come giustificare il rifiuto opposto alle coppie cristiane di ricorrere alla fecondazione in vitro omologa, quando sia l’ovulo che lo sperma utilizzato appartengono alla coppia che ne fa richiesta, senza apporti esterni?
In che cosa i progressi della scienza sarebbero contrari alla volontà di Dio, quando aiutano una coppia a vivere la fecondità del suo amore? E poi ci si stupisce che il gregge si disperda…

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Aver fiducia del sensus fidei

Al contempo, il testo di sintesi proposto ai padri sinodali rileva, in particolare tra le giovani generazioni, un “desiderio di famiglia” (45) e nota che, nelle nostre società secolarizzate, i fedeli continuano a considerare massicciamente peccato l’aborto, ma non la contraccezione (129)… E se in questo ci fosse, molto semplicemente, l’espressione di un sensus fidei che l’istituzione – lo si sente – è reticente a prendere in considerazione? E se il percorso giusto fosse anche interrogarsi sul modo in cui le comunità cristiane “intendono”, vogliono vivere: la coppia, la famiglia, la fedeltà, l’alterità, la fecondità nella realtà del mondo contemporaneo?

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Dal pastorale alla dottrina e… al dogma!

I due prossimi sinodi (5), ricordiamolo, intendono essere pastorali. Numerosi contributi, ripresi nel documento preparatorio, delineano delle piste possibili di evoluzione. Due esempi.
Riguardo ai divorziati risposati: “Certe risposte e osservazioni di numerose Conferenze episcopali mettono l’accento sulla necessità per la Chiesa di dotarsi di strumenti pastorali che permettano di aprire la possibilità di esercitare una più ampia misericordia, clemenza e indulgenza rispetto alle nuove unioni” (92).
A proposito delle unioni omosessuali: “Numerosi fedeli si esprimono a favore di un atteggiamento rispettoso e non giudicante nei confronti di queste persone, e in favore di una pastorale che cerchi di accoglierle” anche se: “Alcune risposte e osservazioni esprimono la preoccupazione che l’accoglienza nella vita ecclesiale delle persone che vivono in queste unioni potrebbe essere intesa come un riconoscimento della loro unione” (115).
Sono tutte questioni che non possono essere affrontate e decise senza che la riflessione sia portata ad un altro livello, come suggerisce il testo, per la semplice ragione che “a tutt’oggi non esiste consenso nella vita ecclesiale” sull’atteggiamento da avere sia in un caso che nell’altro.
Ad esempio, a proposito dell’accesso ai sacramenti dei divorziati risposati, alcuni “domandano di chiarire se la questione è di carattere dottrinale o solo disciplinare” (95); sull’argomento delle unioni omosessuali: “Molte risposte ed osservazioni richiedono una valutazione teologica che dialoghi con le scienze umane, per sviluppare una visione più differenziata del fenomeno dell’omosessualità” o ancora chiedono “che si approfondisca il senso antropologico e teologico della sessualità umana”.
E, in maniera più generale, siamo grati ai redattori di riconoscere che “la ricerca scientifica rappresenta una sfida seria al concetto di natura” (22) di cui abbiamo detto quanto le posizioni più ferme della morale cattolica avessero in esso il loro fondamento. Ora, che cosa ci rivela la scienza, se non, precisamente, il piano di Dio inscritto in ogni cosa?

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Papa Francesco ha fatto sorgere una speranza

Vediamo che, facendosi lealmente eco dei contributi degli uni e degli altri, l’instrumentum laboris, nonostante le sue pesantezze formali, lascia percepire diversi livelli di lettura (e d’azione) possibili riguardo alle poste in gioco di questo sinodo. Per gli uni, si tratterà di un approccio puramente pastorale che non riguarderebbe in nulla la dottrina, mentre altri desidererebbero interrogarla. Perché, alla fine, ad esempio riguardo al divorzio e alle nuove nozze, dovrà pur un giorno essere affrontato il problema di sapere ciò che è “sacramento”, quindi segno, nel matrimonio cattolico: l’amore reciproco degli sposi o il legame giuridico contratto… Problema cruciale, quando l’amore è morto e sussiste solo il legame formale.
Ancor di più, oltre la pastorale e la dottrina, è il dogma stesso che appare sotto tiro. Jacques Neirynck non è certo né teologo né a maggior ragione Padre della Chiesa. Eppure, nel libro già citato, nota molto opportunamente, a proposito del peccato originale, di cui sappiamo fino a che punto segni il pensiero cattolico legato alla sessualità: “i teologi ortodossi, basandosi sui Padri greci, non hanno mai difeso la tesi di un peccato ereditario” (6). Nozione totalmente estranea alla Bibbia e, di conseguenza, ignorata sia dal mondo ebraico che musulmano.

Fino a che punto i partecipanti all’Assemblea straordinaria del sinodo accetteranno di interrogare la Tradizione cattolica sulla famiglia e il matrimonio? Difficile dirlo! Le assemblee più recenti di vescovi o di cardinali, che si tratti del Sinodo sulla nuova evangelizzazione o del conclave del 2013, hanno messo nuovamente in evidenza una linea di frattura – già presente al concilio – tra i sostenitori di un semplice “riordino” della casa Chiesa e i sostenitori di un riassetto più radicale. Sicuramente ritroveremo la stessa tensione nei prossimi due sinodi.
Una cosa è certa: è poco probabile che un approccio strettamente pastorale dei problemi legati alla famiglia, per quanto utile e urgente possa essere, costituisca una risposta all’altezza della posta in gioco. Volontariamente o no, papa Francesco ha fatto sorgere una speranza, anche, e forse soprattutto, in quelle frange della Chiesa in cui molti fedeli si ponevano il problema di un’eventuale uscita dalla comunità. Deluderli avrebbe conseguenze tragiche.

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(1) A la recherche d’une éthique universelle, nouveau regard sur la loi naturelle. Ed. du Cerf, 2009, p.23
(2) Ibid, p.133
(3) Ibid, p.58
(4) Jacques Neirynck, Le savoir croire, Ed. Salvator, 2014.
(5) Le pape François, L’Eglise que j’espère, Flammarion/Etudes, 2013, p. 133
(6) Quello di ottobre 2014, straordinario, deve permettere un ampio dibattito sui problemi familiari, quello di ottobre 2015, ordinario, avrà il compito di esaminare delle proposte concrete da sottoporre al papa.
(7) Le savoir croire, op cit. p. 93.
(8) L’Eglise que j’espère, ibid, p.70

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Testo originale: Synode sur la famille : les éléments d’un possible débat

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