La Pastorale con le persone omosessuali. Un documento della Diocesi di Innsbruck (maggio 1998)

Documento redatto dalla Diocesi cattolica di Innsbruck (Austria) nel maggio 1998*.

Mons. Alois Kothgasser, vescovo di Innsbruck (Austria), ha affidato ufficialmente la pastorale diocesana delle persone omosessuali a un gruppo di otto persone, donne e uomini. In occasione della costituzione del gruppo il vescovo ha rilasciato la dichiarazione dichiarazione:

“Nel 1993, mons. Reinhold Stecher aveva convocato un <forum diocesano> con lo scopo di oltrepassare la cerchia delle persone direttamente coinvolte e tener conto anche delle più recenti acquisizioni della ricerca nel campo delle scienze umane e delle discussioni in atto in sede di teologia morale.
Si chiedeva l’elaborazione di nuove forme pastorali, che prendessero sul serio le persone omosessuali e accogliessero con rispetto e tolleranza il loro stile di vita. Così è sorto, fra l’altro, un gruppo di genitori di figli e figlie omosessuali.

Un impegno leale e sincero

Ora con l’affidamento di un incarico ufficiale a un gruppo di agenti pastorali, uomini e donne, intendo dare un segno ulteriore. Questo gruppo di otto persone, uomini e donne, deve dimostrare che la diocesi di Innsbruck si occupa sinceramente delle persone che vivono e amano in modo omosessuale. Auspico che questo dialogo sia anche un segno di speranza per la chiesa. La speranza che impariamo a vivere in modo più soddisfacente con coloro che vivono, sentono e pensano diversamente da noi. Le persone omosessuali possono aiutarci in questo. Infatti, esse sono state sempre duramente perseguitate a causa della loro forma di vita, nel nostro paese non da ultimo durante il periodo nazista, e sperimentano ancor oggi incomprensione ed emarginazione.

Sono lieto che il gruppo comprenda anche una animatrice evangelica. Questo ci permette di portare avanti il nostro impegno di un autentico dialogo insieme con la Chiesa evangelica e quindi con una sensibilità e responsabilità ecumenica.

Eliminazione dei pregiudizi e della discriminazione

Gli agenti pastorali si considerano anzitutto e soprattutto interlocutori delle persone omosessuali e dei loro genitori e parenti. Insieme a loro il gruppo diocesano di lavoro sulla pastorale delle persone omosessuali si sforzerà di approfondire ulteriormente il dialogo. Insieme agli agenti pastorali, collaborano a questo gruppo anche una psicoterapeuta e rappresentanti della pastorale delle donne e degli uomini. Del gruppo di lavoro fanno ovviamente parte anche donne e uomini omosessuali. Infatti, qui non si tratta di parlare delle persone, ma di parlare con le persone. Uno dei compiti del gruppo di lavoro è l’organizzazione di iniziative formative e possibilità di incontro per favorire l’eliminazione dei pregiudizi e della discriminazione.

Una preghiera ai fedeli

Chiedo ai fedeli della diocesi di accettare con decisione e immedesimazione il dialogo con le persone omosessuali. Tutti coloro che hanno domande o incontrano difficoltà possono rivolgersi al gruppo di lavoro, diretto dal p. Josef Steinmetz, svd, Anichstr. 19, 6020 Innsbruck. tel. 0512-586738.

3 Maggio 1998

+ Alois Kothgasser, Vescovo di Innsbruck

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Gruppo di lavoro sulla pastorale delle persone omosessuali

Tschurtsschenthalerstr. 2a, 6020 Innsburck, Postfach 743, 6020 Innsbruck

Il funzionamento del gruppo.

In occasione del “Forum diocesano” della diocesi di Innsbruck (1993-1995) sono state avanzate alcune proposte anche sul tema “Persone omosessuali e fede”: costituzione di un gruppo di riflessione e programmazione per l’elaborazione di un documento base comprendente anche direttive pastorali (risoluzione 32); organizzazione di corsi di formazione (risoluzione 33); nomina di un agente o di una agente pastorale per la pastorale delle persone omosessuali (risoluzione 34). Le proposte sono state accolte, confermate e sancite sia dal forum diocesano, sia dal vescovo e dagli uffici diocesani.

Da allora si sta lavorando all’attuazione di quelle decisioni.

Così si è costituito un gruppo ecumenico di agenti pastorali, uomini e donne, come interlocutori delle persone omosessuali e dei loro genitori e parenti. Questo gruppo è stato ampliato ed è diventato un gruppo di lavoro sulla pastorale delle persone omosessuali. Al gruppo appartengono, oltre agli agenti pastorali, anche persone omosessuali, teologi e teologhe interessati al problema, nonché i rappresentanti dei movimenti cattolici femminili e maschili. I contatti a livello diocesano sono tenuti dal dott. Florian Huber, direttore dell’Ufficio della pastorale.

Da due anni è in corso un intenso lavoro di discussione e confronto. Le molte conversazioni con persone omosessuali e l’approfondita analisi della letteratura specifica sono state affiancate dall’intervento di diversi esperti nel campo delle scienze umane e della teologia (J. Kinzl, K. Loewit, G. Looser, U. Rauchfleisch, H. Rotter, M. Stowasser). Parallelamente, nel quadro delle istituzioni formative cattoliche ed evangeliche sono state organizzate conferenze che hanno registrato una partecipazione superiore alla media e sono state accolte molto favorevolmente. Questo lavoro di formazione e sensibilizzazione va proseguito.

La pastorale comporta anche la consulenza e l’accompagnamento dei genitori delle persone omosessuali. A tale scopo si tengono mensilmente due incontri serali per i genitori di figlie e figli omosessuali. Essi hanno così la possibilità di parlare delle loro esperienze, di esporre le difficoltà che incontrano e di ottenere un aiuto concreto.

Il 5 aprile 1997 si è tenuta una giornata di studio sul tema “Persone omosessuali – senza diritto di cittadinanza nella Chiesa?”. Oltre ad offrire un’occasione di incontro, informazione e dialogo, la giornata ha permesso anche di riflettere insieme sul modo di eliminare i pregiudizi e la discriminazione e sui passi da fare per permettere alle persone omosessuali di sentire la chiesa come la loro patria. Oltre alla discussione, sempre vivace e impegnata, ci ha confortato anche la partecipazione di responsabili della pastorale diocesana e di insegnanti di religione.

Un frutto del gruppo di lavoro sulla pastorale delle persone omosessuali è un documento base, che cerca di compendiare la discussione in atto a livello delle scienze umane e della teologia, ma anche di assumere una posizione responsabile, pur sapendo di porsi così in una certa tensione nei confronti delle

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Documento base

“La via della chiesa è l’uomo”

L’omosessualità è senza dubbio una delle tematiche più tabuizzate e conflittuali che esistano nella società e nella chiesa. Chiunque si esprima al riguardo solleva un argomento tabù e provoca in molte persone delle resistenze, se non addirittura uno stato di ansia e paura. Così si dimentica facilmente che dietro la “problematica degli omosessuali” vi sono persone concrete, vive, donne e uomini con nomi e cognomi e con volti ed esperienze inconfondibili.

Se è vero che “l’uomo è la prima e fondamentale via della chiesa” (Giovanni Paolo II), ciò vale anche per la pastorale. E quanto più le persone umane sono trattate come “casi” e vengono emarginate come minoranze tanto più impellente diventa la necessità di ricondurle dai margini al centro: “Mettiti nel mezzo!” (Mc 3,3). Le riflessioni che seguono vorrebbero rispondere a quest’esigenza.

L’esegesi teologica, la valutazione etica e le conseguenze pastorali che ne derivano esigono anzitutto, oltre alla discussione dei fondamenti biblici, della posizione della tradizione e del magistero della chiesa, una presa di coscienza, priva di pregiudizi e paure, delle acquisizioni delle scienze umane.
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1. Le acquisizioni delle scienze umane

In senso stretto, con il termine omosessualità (gr. homos = stesso, lat. sexus = sesso) si intende l’orientamento erotico e sessuale prevalente o esclusivo verso il proprio sesso. Quest’inclinazione immodificabile verso un partner dello stesso sesso, inserita nella costituzione generale della persona, viene detta anche “omosessualità di inclinazione” (W. Bräutigam) o “omotropia” (H. van de Spijker). Essa va distinta dal comportamento omosessuale legato allo sviluppo e alle situazioni. Nel frattempo, i termini “invertito” e “lesbica”, utilizzati spesso in senso spregiativo e come insulto, sono stati assunti e vengono usati dalle stesse persone omosessuali per definire se stesse e smussare così, con profonda autocoscienza e “caparbio orgoglio”, ogni forma di discriminazione.

Si stima che le persone orientate in modo esclusivo verso lo stesso sesso siano il 5% della popolazione. Un gruppo più consistente possiede un orientamento bisessuale, con diverse accentuazioni delle componenti omosessuali.

L’omosessualità non è un fenomeno specifico degli esseri umani; anche diverse specie animali mostrano evidenti comportamenti omosessuali.

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Struttura personale irreversibile

Finora non sono stati pienamente chiariti i fattori che producono l’omosessualità e anche l’eterosessualità. Si possono fare comunque le seguenti constatazioni.
L’orientamento omosessuale non viene scelto liberamente. Le persone omosessuali scoprono di essere tali, non scelgono il loro orientamento sessuale. Al pari di quello eterosessuale, l’orientamento sessuale è un orientamento profondamente radicato nella personalità, che riguarda sia l’immagine che la persona ha di sè stessa, sia le sue relazioni interpersonali. Esso costituisce un aspetto essenziale dell’essere persona ed è, in linea di principio, stabile e immodificabile.

Le scienze umane concordano ampiamente sul fatto che l’omosessualità di inclinazione è irreversibile e deve essere considerata quindi un dato oggettivo. Essendo l’orientamento omosessuale così profondamente iscritto nella personalità, è impossibile

un ‘”inversione di polarità” nel senso di una modificazione terapeutica dell’orientamento sessuale. Ogni tentativo di inversione della polarità sarebbe del resto profondamente inumano e contrario agli stessi principi terapeutici, poiché non accompagnerebbe la persona omosessuale alla scoperta della sua identità, ma la obbligherebbe per così dire a passarsi accanto e a rinnegare la sua specifica identità.

L’orientamento sessuale si forma – se pur non è presente già a livello costituzionale, almeno come disposizione – nei primi anni di vita e si presenta come una struttura personale irreversibile. Questa struttura è già formata nei primi anni dell’infanzia e conclusa (molto) prima della pubertà. Perciò, può esservi un’ “induzione” agli atti omosessuali, ma non può assolutamente esservi un'”induzione” all’orientamento omosessuale. Le persone adulte non possono essere indotte a fare qualcosa che non corrisponde al loro orientamento specifico.

La formazione dell’orientamento sessuale di ogni essere umano dipende da una complessa interazione di fattori biologici, psicologici e sociali. La persona umana è un’essere bio-psico-sociale anche dal punto di vista del suo orientamento sessuale. Perciò vanno rigettate come semplicistiche certe teorie psicologiche molto diffuse, ma presentate in modo superficiale e unilaterale e del resto da tempo superate, come, ad esempio, quelle che riconducono l’omosessualità a una forte dipendenza dalla madre e a un padre affettivamente assente.

La costruzione dell’identità sessuale si basa su tre “materiali” strettamente correlati:

* l’identità sessuale basilare, cioè la coscienza, che si forma verso la fine del secondo anno di vita e non è più modificabile, di appartenere al sesso maschile o femminile;

* il ruolo sessuale, cioè le rappresentazioni introiettate dei ruoli maschile e femminile;

* l’orientamento verso il partner sessuale, cioè l’inclinazione verso determinati partner del proprio sesso o dell’altro sesso.

Questi “materiali” sono modellati essenzialmente dalle esperienze relazionali fatte nell’infanzia e nella giovinezza, attraversano specifiche evoluzioni e sfociano, infine, nell’orientamento omosessuale o eterosessuale. Chi li mescola e confonde immagina che gli uomini omosessuali siano “effeminati” e le donne omosessuali “mascolinizzate”. In realtà, nella loro identità sessuale basilare gli uomini omosessuali presentano la stessa chiara caratterizzazione maschile degli uomini eterosessuali e le donne omosessuali la stessa chiara caratterizzazione femminile delle donne eterosessuali.

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Una variante evolutiva e forma espressiva della sessualità umana

L’omosessualità non ha nulla a che vedere con la salute o la malattia, con l’anomalia o la perversione. Essa è una variante evolutiva e una forma espressiva della sessualità umana. “Le attuali acquisizioni delle scienze umane permettono di affermare senza ombra di dubbio che l’orientamento omosessuale va considerato, accanto all’eterosessualità, una condizione basilare della sessualità umana esistente a livello antropologico e che, in quanto tale, essa non presenta la benché minima affinità con gli sviluppi psicopatologici” (1). Quindi, in base all’orientamento sessuale eterosessuale o omosessuale non si possono fare affermazioni circa la sanità o malattia psichica. Lo dimostra chiaramente anche il fatto che l’Organizzazione mondiale della sanità ha tolto l’omosessualità dall’elenco delle malattie e non la recensisce più fra le disfunzioni psichiche.

Al pari delle persone eterosessuali, le persone omosessuali sono in grado sia di amare sia di stabilire unioni. Ma il mancato riconoscimento sociale delle unioni omosessuali e il mancato riconoscimento del loro vincolo giuridico ostacolano la possibilità di unioni solide e durature.

L’accusa di promiscuità sessuale viene rivolta soprattutto agli uomini omosessuali. Si attribuisce loro – come ad altre minoranze – una pulsione sessuale molto forte, la quale, unita all’impossibilità di legami stabili, produrrebbe un comportamento promiscuo.

In linea di principio, è difficile stabilire se le relazioni fra uomini omosessuali presentino effettivamente una maggiore instabilità rispetto a quelle degli eterosessuali. Nel caso in cui si potesse effettivamente dimostrare, in determinati gruppi, un maggior tasso di instabilità, se ne dovrebbero ricercare accuratamente le cause.

Le unioni non sono riconosciute a livello sociale e giuridico. Le persone devono spesso tenere nascosta la loro relazione, anche ai loro stessi familiari. Essa è nota in genere solo a una piccola cerchia di amici intimi. Abitualmente i partner non vengono considerati e trattati come una coppia, per cui non si contribuisce dall’esterno al consolidamento della loro relazione.

Essendo le unioni omosessuali, al contrario della maggior parte di quelle eterosessuali, prive di figli, è certamente più facile, in caso di conflitti, giungere alla separazione. E’ noto che spesso le coppie eterosessuali continuano a restare insieme, nonostante la loro profonda crisi, perché sentono di avere dei doveri nei riguardi dei figli.

A ciò si aggiunge il fatto che le coppie omosessuali mancano in genere di modelli positivi cui potersi ispirare nelle loro relazioni. Non da ultimo, manca alle coppie omosessuali che intendono legarsi a vita un’interpretazione religioso-spirituale della loro relazione, come avviene invece nel caso della coppia eterosessuale, quando suggella la sua unione con il sacramento del matrimonio.

Stante il maggior pericolo che corrono le coppie omosessuali è assolutamente importante creare un clima sociale che favorisca la loro stabilità e il loro approfondimento.

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Sessualità come linguaggio corporale e relazionale

Sessualità e procreazione non vanno sic et simpliciter equiparati. La persona umana può usare la propria sessualità come mezzo di comunicazione per tutta la vita, mentre può servirsene come mezzo di procreazione solo per un tempo limitato. “Negli esseri umani la funzione sociale della sessualità, presente già nel mondo animale, diventa in modo particolare un mezzo di comunicazione. Si potrebbe anche affermare che la funzione comunicativa della sessualità è ciò che essa possiede di veramente umano, per cui costituisce la vera differenza fra la sessualità umana e quella animale” (2). Quindi, chi comprende la sessualità in senso integrale e la intende non come pura genitalità e limitata alla funzione riproduttiva, ma anzitutto e soprattutto a partire dal suo significato sociale-comunicativo, riconoscerà un senso anche all’omosessualità e la comprenderà come una forma specifica di comunicazione, come un linguaggio corporale e relazionale.

Le persone omosessuali e eterosessuali hanno gli stessi sentimenti, desideri e bisogni di fondo: accoglienza e sicurezza, dedizione e unione, fiducia e affidabilità, amicizia e amore, e hanno bisogno quindi di tutto ciò che indica una relazione personale.

Anche se l’orientamento omosessuale investe tutta la persona omosessuale e permea profondamente l’intera struttura delle sue emozioni e dei suoi sentimenti, il suo essere persona non si riduce alla sua preferenza sessuale. “Si corre il rischio di ridurre la persona omosessuale alla sua dimensione sessuale e di vedere in essa per così dire solo una persona che si comporta sul piano sessuale diversamente dalla maggioranza, mettendo così fra parentesi tutto ciò che la costituisce come persona e come essere umano: proprietà, capacità, costituzione, desideri, speranze, bisogni e necessità” (3). Le donne e gli uomini omosessuali sono ben più della loro omosessualità. Non possono essere ridotti né al loro orientamento sessuale, né al loro comportamento omosessuale-genitale.

Non esiste la omosessualità (in realtà, si dovrebbe parlare di “omosessualità” al plurale) e non esiste la persona omosessuale, così come non esiste la eterosessualità o la persona tipicamente eterosessuale. Lo stesso dicasi del comportamento omosessuale. Esso può presentare la stessa varietà di forme che si riscontra nel comportamento delle persone eterosessuali e spaziare da contatti passeggeri-anonimi a una riuscita integrazione nell’insieme della persona e a unioni stabili e vincolanti.
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Emarginazione e discriminazione

Nella chiesa e nella società le persone omosessuali continuano ad essere variamente incomprese, emarginate ed esposte a vari stereotipi e pregiudizi, Spesso sono costrette a non farsi riconoscere come tali e a tacere o nascondere il loro orientamento sessuale. Il fatto di dover nascondere un aspetto vitale così importante della loro personalità è per loro un grave peso. Le donne omosessuali sono ancor meno considerate degli uomini omosessuali. Esse sono anche doppiamente discriminate, come lesbiche e come donne.

La generale tabuizzazione dell’intera tematica può rendere più difficile la scoperta dell’identità, bloccare lo sviluppo integrale della personalità e ostacolare importanti processi di maturazione. Ciò può portare a una separazione della sessualità dagli altri aspetti della vita. La stigmatizzazione sociale e le limitate possibilità di vivere una vita di coppia provocano spesso gravi conflitti psichici.

Il cosiddetto coming out (prendere coscienza) è il processo attraverso il quale la persona scopre, fino ad averne poi la definitiva certezza, di essere omosessuale e non eterosessuale, trova la propria identità e il proprio stile di vita. Questo processo è più difficile per le persone omosessuali rispetto a quelle eterosessuali. In genere, le persone omosessuali non trovano modelli e personaggi omosessuali positivi cui potersi ispirare, per cui nel processo sono abbandonate in gran parte a se stesse.

In questo periodo molto difficile, nel quale le persone giovani o adulte scoprono il loro orientamento sessuale e imparano, dopo una lunga e spesso dolorosa lotta interiore, ad accettarlo e forse a confidarlo anche ad altre persone, la consulenza e l’accompagnamento da parte di persone competenti sarebbe particolarmente importante. Infatti, per quanto riguarda il chiarimento dei loro problemi e delle loro questioni vitali e l’incontro-scontro con le rappresentazioni sociali della normalità sessuale e della morale della chiesa le persone omosessuali e i loro genitori si sentono per lo più abbandonati a se stessi.

A causa dell’isolamento sociale, fra le persone omosessuali il tasso dei suicidi – soprattutto nella fase della presa di coscienza – è molto elevato.

Anche nella nostra chiesa le persone omosessuali sperimentano profonde umiliazioni, pesanti sensi di vergogna e gravi danni nella sfera della stima personale. L’induzione della vergogna e dei sensi di colpa provoca gravi crisi personali, influenza la configurazione della vita e, non da ultimo, l’immagine di Dio. Dalla chiesa le persone omosessuali si sentono spesso abbandonate, giudicate, discriminate e sospinte ai margini. Non si sentono comprese.

Ritengono particolarmente difficile da accettare la valutazione che il magistero ecclesiale fa delle relazioni omosessuali. La sentono non come un aiuto alla configurazione del loro stile di vita, ma come un giudizio di condanna. Deluse, molte persone omosessuali le volgono le spalle, non si aspettano da essa più alcun orientamento e la abbandonano.
La visione negativa dell’omosessualità e la sua condanna morale da parte della chiesa influenzano profondamente anche i comportamenti della società in genere e contribuiscono quindi ad accrescere l’emarginazione e la discriminazione.

La principale causa delle varie forme di discriminazione, siano esse aperte o striscianti, dovrebbe essere la paura: la paura di fronte alla componente omosessuale della propria personalità; la paura di fronte alla messa in discussione di principi basilari della condotta (soprattutto i tradizionali ideali maschili del perfetto controllo emotivo e delle strutture patriarcali in seno alla famiglia tradizionale); il pregiudizio, insostenibile, ma difficile da sradicare, secondo cui gli abusi sessuali sui bambini e sugli adolescenti sono commessi soprattutto dalle persone omosessuali. Inoltre, le persone omosessuali – come gli altri gruppi emarginati come “minoranze” – sono degradate al ruolo di capri espiatori su cui sfogare l’odio e la rabbia, diventando così spesso i bersagli preferiti dell’aggressione e della violenza.

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2. Affermazioni bibliche sull’omosessualità

Da sempre in ambito cristiano le affermazioni bibliche hanno giocato un grande ruolo circa la valutazione dell’omosessualità, con notevoli conseguenze storiche. Che cosa affermano effettivamente i passi biblici che vengono continuamente citati per motivare il rifiuto di ogni forma di omosessualità? (4).

Nell’Antico Testamento non vi è alcun accenno all’omosessualità femminile; si accenna invece all’omosessualità maschile, ma si discute sull’interpretazione dei relativi testi. E’ importante tener conto soprattutto del contesto.

In Gen 19,1-29 viene raccontata la distruzione di Sodoma (cf. Gdc 19). In primo piano c’è l’inviolabilità del diritto dell’ospitalità, che viene santificato, e non l’omosessualità. La successiva tradizione dell’Antico e del Nuovo Testamento non ricorda mai la proibizione dell’omosessualità quando accenna a Sodoma (cf. Is 3,9; Ger 23,14; Ez 16,49s, Sir 16,8). Inoltre, lì si tratta di violenza sessuale, ma anche della mescolanza di sfere proibite, di uomini con angeli. Quindi è più che discutibile che in Gen 19 (e Gdc 19) si condanni l’omosessualità.

La condanna degli atti omosessuali è espressa senza ombra di dubbio in Lv 18,22 e Lv 20,13. Essi vengono definiti “abominio” (to’ebah) e puniti con la morte.

“Non avrai con maschio relazioni come si hanno con donna; è abominio” (Lv 18,22).

“Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro” (Lv 20,13).

La condanna non viene motivata e neppure posta in relazione con l’ordinamento della creazione. Non è possibile affermare con sicurezza se il divieto riguardi l’omosessualità in generale o una forma specifica di prostituzione cultuale (maschile) (cf. Dt 23,18s; 1Re 15,12; 2Re 23,7). La relazione con la prostituzione sacra praticata a Canaan può permettere un’interpretazione dell’omosessualità come mancanza contro la purezza della fede di Jahvé e – non da ultimo, a causa della grande stima degli ebrei per il matrimonio e la famiglia – come espressione tipica dell’immoralità dei pagani.

La proibizione dei rapporti omosessuali potrebbe risalire anche a tabù arcaici. Il contesto della legge di santità (Lv 17-26) evidenzia due aspetti che continueranno ad essere determinanti per l’evoluzione successiva: in quanto tipico vizio dei pagani, l’omosessualità costituisce una linea di demarcazione nei riguardi dell’identità religiosa di Israele e viene posta in relazione con l’idolatria.

I libri di Samuele (1Sam 18,1-4; 20,50; 2Sam 1,26) raccontano l’intima relazione che esisteva fra Davide e Gionata e la profondità della loro amicizia fra uomini. Nonostante il linguaggio erotico, con molte allusioni tratte dal linguaggio metaforico dell’amore (amare molto, 1Sam 19,1; amare come la propria vita, 1Sam 18,1-3, cf. Gen 34,2s; andare in campagna, 1Sam 20,11, cf. Ct 7,12; baciare, piangere, giurare, 1Sam 20,41s, cf. Ct 2,7; 8,1.4), i testi non consentono un’interpretazione inequivocabilmente omosessuale.

“L’angoscia mi stringe per te, fratello mio Gionata! Tu mi eri molto caro; il tuo amore era per me meraviglioso più che amore di donna” (2Sam 1,26).

Nel Nuovo Testamento l’omosessualità viene ricordata solo nelle lettere di Paolo e solo Rm 1,17 si riferisce al fenomeno in generale, cosa che non è possibile affermare con certezza, a causa del vocabolario utilizzato (malakoi, arsenokoitai), riguardo a 1Cor 6,9 e 1Tm 1,10.

“Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Ugualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che si addiceva al loro traviamento” (Rm 1,26s).

“Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio” (1Cor 6,9s).

“Certo, noi sappiamo che la legge è buona, se uno ne usa legalmente; sono convinto che la legge non è fatta per il giusto, ma per gli iniqui e i ribelli, per gli empi e i peccatori, per i sacrileghi e i profanatori, per i parricidi e i matricidi, per gli assassini, i fornicatori, i pervertiti, i trafficanti di uomini, i falsi, gli spergiuri e per ogni altra cosa che è contraria alla sana dottrina” (1Tm 1,8-10).

E’ controverso se in 1Cor 6,9 si condannino in blocco i rapporti omosessuali o solo la pederastia o addirittura solo una forma particolare della stessa, cioè l’amore prezzolato dei bambini. La resa abituale dei termini con “Lustkbaben” ( = bambini di piacere) e “Knabenschänder” (stupratori dei bambini) è possibile, ma non si può dimostrare che sia corretta. Anche 1Tm 1,10 non aiuta a chiarire il significato di questa terminologia.

E’ controverso se in Rm 1,26-27 si tenga presente o meno anche l’omosessualità femminile. Nel v. 26 l'”uso contro natura” (para physin), non ulteriormente specificato, della sessualità mediante la donna consente molte interpretazioni (rapporti sessuali non coitali come antica forma di contraccettivo?).

Nel v. 27 si condannano senza dubbio i rapporti sessuali di uomini con uomini (perché essi vivono “allo stesso modo” una sessualità disgiunta dal concepimento?).

Il tema affrontato da Paolo in Rm 1,18-3,20 è la necessità della redenzione da parte di tutti gli esseri umani. Egli illustra la caduta nel peccato dei pagani anzitutto e soprattutto con le colpe sessuali, fra cui anche l’omosessualità che era considerata un tipico vizio “pagano”.

Paolo censura aspramente ogni tipo di sessualità che dipenda (v. 24) dalla “concupiscenza” (cf. v. 24), sia cioè praticata in modo disgiunto dalla procreazione (v. 26!). Perciò, in Rm 1,27 egli condanna certamente l’omosessualità, ma lì si presuppone il legame con un scopo molto chiaramente definito sessualità umana: essa serve esclusivamente alla procreazione.

Paolo potrebbe anche volere semplicemente affermare che le donne e gli uomini debbono rispettare i ruoli sessuali che sono stati loro assegnati e la loro relativa espressione culturale (cf. 1Cor 11,14s). In questo caso, l’espressione “hanno cambiato i rapporti naturale con rapporti contro natura” dovrebbe essere intesa nel senso che le donne non devono scambiare il ruolo sessuale passivo, sottomesso, con un ruolo attivo, di loro scelta, e che l’uomo “passivo” attraverso i rapporti omosessuali si “disonora”. Secondo la mentalità del paganesimo greco-romano la tolleranza del comportamento omosessuale cessava quando un uomo libero assumeva il ruolo passivo, femminile, sottomesso e la donna imitava il ruolo attivo degli uomini. Paolo potrebbe riferirsi a questa mentalità e collegare queste concezioni con la visione specificamente approvata del giudaismo, secondo cui la prassi omosessuale viene intesa come un comportamento contrario all’ordinamento divino.

Sia in 1Cor 6,9 (cf. v. 11) che in Rm 1,27 Paolo ha in mente un atto volontario attraverso il quale persone di per sé eterosessuali si abbandonano a pratiche omosessuali. Come la persona deve e può astenersi dall’idolatria, così essa può e deve, secondo Paolo, astenersi anche dall’omosessualità. La riflessione di Paolo non riguarda l’omosessualità costituzionale.

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Giudizi storicamente condizionati

La condanna degli atti omosessuali da parte della Bibbia avviene in un contesto temporalmente e storicamente condizionato e dipende da determinate concezioni religiose e cultuali. Essa non può essere estesa sic et simpliciter alla nostra situazione odierna. Gli autori biblici nulla sanno della distinzione fra disposizione costituzionale all’omosessualità e comportamenti omosessuali, così come nulla sanno dell’omosessualità come amore fra partner. Le affermazioni bibliche sul comportamento omosessuale non vanno posti in relazione con con ciò che noi oggi definiamo orientamento omosessuole e con ciò che comprendiamo come relazione omosessuale integrale.

La Bibbia non ha alcuna idea di un orientamento radicato nelle profondità della personalità come una disposizione che configura l’essere umano e di un comportamento omosessuale come espressione di amore personale. Non è possibile basarsi sugli autori biblici per rispondere a una questione etica che non si poneva per loro sullo stesso piano sul quale si pone per noi oggi.

Bisogna quindi tener conto del condizionamento storico di queste affermazioni bibliche sull’omosessualità e “rivedere giudizi temporalmente condizionati” (5) alla luce delle acquisizioni delle scienze umane. Esse possono difficilmente assurgere al rango di verità assoluta ed eterna.

In base ai racconti biblici della creazione l’essere umano è stato creato come uomo e donna (Gen 1,27; 2,20-24). L’uomo e la donna sono fatti l’uno per l’altro e devono completarsi a vicenda. L’essere umano considerato dal Creatore un essere che ha bisogno, ed è capace, di relazioni interpersonali, un essere che trova un “di fronte” adeguato solo nel suo simile. Quest’orientamento e rinvio alla comunità dei propri simili viene illustrato mediante la relazione basilare che esiste fra l’uomo e la donna. Ma anche qui non bisogna trascurare il fatto che la Bibbia nulla sapeva dell’alternativa eterosessuale-omosessuale nel senso di un orientamento costituzionale.

Come nelle altre questioni morali, anche nell’etica sessuale – e soprattutto nel campo dell’omosessualità – non si tratta di collezionare semplicemente le singole norme ricordate nella Bibbia, quanto piuttosto di volgersi verso il “centro del Vangelo”, cioè verso lo spirito e la testimonianza di vita di Gesù Cristo. A ciò appartiene anche la presa di posizione di Gesù a favore degli oppressi e delle persone emarginate, nonché la richiesta di non imporre alle persone pesi insopportabili (cf. Lc 11,46).

L’essere umano è chiamato a camminare verso il Tu e ad aprirsi al prossimo. La norma basilare è il comandamento dell’amore, che si misura sull’amore di Gesù Cristo (Gv 13,14) e costitusceil compendio e il compimento della legge (Rm 13,8-10).

Non può valere anche per le persone omosessuali l’affermazione dell’apostolo Paolo: “Ciascuno continui a vivere secondo la condizione che gli ha assegnato il Signore, così come Dio lo ha chiamato” (1Cor 7,17)?

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3. La tradizione

La tradizione cristiana condanna unanimemente l’omosessualità e gli atti omosessuali come peccati contro natura. Lo fa anzitutto in base al diritto naturale e in genere in modo stereotipato.
La condanna degli atti omosessuali viene motivata soprattutto con un rinvio a Gen 19 e al “contra naturam” di Paolo nella lettera ai Romani. Il comportamento omosessuale è considerato un sovvertimento dell’ordine della creazione, con “profanazione del corpo” e “spreco del seme”.
Gli atti omosessuali sono considerati un comportamento perverso e pervertito, in quanto contrario alla “natura”. Questo comportamento contro natura sarebbe stato punito in modo esemplare e spaventoso con la distruzione di Sodoma.

Anche in epoca moderna la condanna degli atti omosessuali si è basata in modo decisivo sulla dottrina del diritto naturale. Nei Catechismi di Pietro Canisio l’omosessualità viene posta fra i “peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio”.
Nella tradizione protestante la condanna dell’omosessualità si distingue solo molto marginalmente da quella della tradizione cattolica.

Nella condanna teologica dell’omosessualità influiscono in modo decisivo il pessimismo sessuale, che attinge a piene mani alle fonti non cristiane, e la svalutazione della sessualità e del piacere tipica delle dottrine dualistiche. L’unica giustificazione dell’attività sessuale è la sua finalità procreativa. A tutto questo si aggiungono errori biologici, come ad esempio l’idea che nello sperma maschile sia già presente un essere umano completo (homunculus). In questo quadro concettuale la valutazione dell’omosessualità non poteva che essere negativa. Del resto, prima del nostro secolo era inconcepibile l’idea che la pulsione sessuale presentasse un condizionamento costituzionale.

La tradizione cristiana – al pari della Bibbia – vede nell’omosessualità un comportamento deviato di un essere umano avente una costituzione propriamente eterosessuale, un comportamento immorale che la persona omosessuale può cambiare in qualsiasi momento con la propria volontà. Perciò, sia la Bibbia che la tradizione ignorano, e non considerano, l’omosessualità come una disposizione e identità che modella l’intera personalità e come l’espressione di una relazione d’amore personale. Si dovrebbe quindi valutare criticamente in che misura i giudizi storicamente condizionati della Bibbia e della tradizione cristiana possono essere considerati vincolanti in questo nuovo contesto.

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4. Il magistero della chiesa

Il magistero della chiesa rimane prigioniero della posizione tradizionale. Nella dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede su “Alcune questioni di etica sessuale” del 29 dicembre 1975 (6) si riconosce – per la prima volta in un documento romano – l’esistenza di una costituzione omossessuale immodificabile. Si parla infatti di omosessuali “che sono definitivamente tali per una specie di istinto innato o di costituzione patologica, giudicata incurabile” (n. 8). Il documento avverte comunque che da ciò non si dovrebbe dedurre che si possano giustificare “le relazioni omosessuali in una sincera comunione di vita e di amore, analoga al matrimonio” (ibid.)

Pur dovendo accogliere con comprensione la persona omosessuale e porre con prudenza la questione della sua colpevolezza, rimane vero che “secondo l’ordine morale oggettivo le relazioni omosessuali sono atti privi della loro regola essenziale e indispensabile”, sono “intrinsecamente disordinati e, in nessun caso, possono ricevere una qualche approvazione” (ibid.).

La dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede ai vescovi della Chiesa cattolica su “Cura pastorale delle persone omosessuali” del 1 ottobre 1986 (7) si ricollega alla Dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede del 1975. A motivare il documento è il fatto che in seguito alla dichiarazione del 1975 si erano avanzate “interpretazioni eccessivamente benevole della condizione omosessuale stessa”, tanto che qualcuno si era spinto fino a definirla “indifferente o addirittura buona” (ibid., 907).
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“Oggettivamente disordinata”

Il documento distingue espressamente fra tendenza omosessuale e atti omosessuali. Mentre l’inclinazione omosessuale è un male (“intrinsecamente disordinata”), ma non è in sé peccato, gli atti omosessuali sono sempre peccaminosi.

“La particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l’inclinazione stessa deve essere condannata come oggettivamente disordinata. Pertanto coloro che si trovano in questa condizione dovrebbero essere oggetto di una particolare sollecitudine pastorale perché non siano portati a credere che l’attuazione di tale tendenza nelle relazioni omosessuali sia un’opzione moralmente accettabile” (3; ibid., 907-908).

Per motivare la condanna degli atti omosessuali si rinvia alla sacra Scrittura e all’unanime tradizione della chiesa. Essi violano la legge morale naturale, poiché non servono alla procreazione e non conducono a un'”unione complementare”. L’attività omosessuale “impedisce la propria realizzazione e felicità perché è contraria alla sapienza creatrice di Dio” (7; ibid., 918).

Le persone omosessuali vengono quindi esortate a prendere la loro croce e a “vivere la castità” (n. 12; ibid., 932); esse sono tenute alla continenza sessuale. Infatti, “è solo nella relazione coniugale che l’uso della facoltà sessuale può essere moralmente retto. Pertanto una persona che si comporta in modo omosessuale agisce immoralmente” (n. 7; ibid., 916).

Essendo la dignità della persona indipendente dall’orientamento sessuale, si condanna e vieta ogni discriminazione:

“Va deplorato con fermezza che le persone omosessuali siano state, e siano ancora, oggetto di espressioni malevole e di azioni violente. Simili comportamenti meritano la condanna dei pastori della chiesa, ovunque si verifichino. Essi rivelano una mancanza di rispetto per gli altri, lesiva dei principi fondamentali su cui si basa una sana convivenza civile. La dignità propria di ogni persona deve essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni” (n. 10; ibid., 925).

Il documento chiede prudenza nella valutazione del comportamento omosessuale. La fondamentale libertà e responsabilità di ogni essere umano non va messa in discussione neppure nel caso delle persone che presentano un’inclinazione omosessuale. Pur rifiutando radicalmente la pratica omosessuale, si può e deve tener conto di importanti attenuanti.

Circa la pastorale delle persone omosessuali si sottolinea la necessità di evidenziare chiaramente la peccaminosità degli atti omosessuali:

“Nessun programma pastorale autentico potrà includere organizzazioni nelle quali persone omosessuali si associno fra loro, senza che sia chiaramente stabilito che l’attività omosessuale è immorale. Un atteggiamento veramente pastorale comprenderà la necessità di evitare alle persone omosessuali le occasioni prossime di peccato” (n. 15; ibid., 936).
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Chiamati alla castità

Il Catechismo della Chiesa cattolica (1993) (8) non contiene praticamente nulla di nuovo riguardo ai contenuti. Ripete la dottrina sessuale tradizionale e così riassume la posizione del magistero della chiesa: Gli atti di omosessualità “sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati” (n. 2357)

“Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali innate. Costoro non scelgono la loro condizione omosessuale; essa costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione” (n. 2338).

Gli atti omosessuali vengono considerati mancanze “gravemente contrarie alla castità” (n. 2396). Perciò, le persone che presentano un’inclinazione omosessuale sono chiamate alla castità.

In sintesi, si può ritenere quanto segue: L’omosessualità viene considerata contraria a ciò che Dio ha stabilito per gli esseri umani nel piano della creazione. Questa posizione viene suffragata con una determinata concezione della dottrina del diritto naturale, secondo la quale il comportamento omosessuale costituirebbe una deficienza ontica, soprattutto perché mancherebbe della capacità basilare di generare nuova vita. Quando si tiene conto dell’omosessualità come disposizione o costituzione, la si giudica una disfunzione, un sintomo della “creazione decaduta” e la si considera una conseguenza del peccato originale. Poiché l’essere umano deve realizzare l’ordine della creazione così come Dio lo ha voluto, cioè senza cedere alla possibilità del male, il comportamento omosessuale è sempre oggettivamente disordinato.

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Domande critiche

Alla posizione tradizionale (e magisteriale) vengono poste alcune domande critiche sia dalla teologia sia dalle persone omosessuali.

* La Bibbia non conosce l’omosessualità nel senso di una disposizione che configura la persona umana. Se le affermazioni bibliche sul comportamento omosessuale sono storicamente e culturalmente condizionate, possono essere usate sic et simpliciter per condannare le relazioni omosessuali? L’argomentazione basata su passi biblici che apparentemente condannano il comportamento omosessuale non contraddice le regole ermeneutiche dell’odierna scienza biblica?

* Il rinvio all’unanime tradizione della chiesa non tiene conto del relativo contesto storico. Inoltre, si può supporre, nell’ambito della morale sessuale, una tradizione immutabile (per esempio, dottrina sul fine del matrimonio, paternità responsabile)?

* La concezione statica della natura che sottende l’argomentazione è stata messa in discussione anche in un altro contesto (per esempio, la regolazione del concepimento). Essa valuta l’atto sessuale soprattutto dal punto di vista del concepimento e non rende giustizia alla funzione comunicativa della sessualità umana. Dal fatto che una nuova vita deriva unicamente dall’unione dell’uomo e della donna si può dedurre in modo rigoroso un ordinamento morale?

* Si conoscono e si considerano troppo poco le acquisizioni delle scienze umane. Esse non hanno (praticamente) alcuna importanza per il giudizio morale? In genere i documenti del magistero sono prigioneri di una concezione dell’omosessualità quale fenomeno patologico.

* Non da ultimo, le prese di posizione romane non rendono giustizia alla reale esperienza delle persone omosessuali. Queste ultime vedono in quelle prese di posizione la riduzione del loro orientamento sessuale alla genitalità e ai rapporti sessuali con partner dello stesso sesso. Le prese di posizione romane non considerano la persona nella sua interezza. Le persone direttamente interessate affermano che è possible avere relazioni omosessuali gratificanti, valide e significative, esattamente come le relazioni eterosessuali. L’imposizione di una completa e continua astinenza sessuale non viene percepito come troppo gravoso e discriminante?

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5. Le posizioni della teologia morale

Oggi, la nuova visione dell’omosessualità viene discussa da parte dei teologi moralisti. Le loro discussioni spaziano dalla posizione tradizionale, che vede nell’omosessualità un “sovvertimento dell’ordine della creazione”, fino alla visione dell’amore omosessuale come parte della realtà creata e quindi come “variante della creazione”. Fra questi due estremi si pongono coloro che considerano l’orientamento omosessuale un bene minore (“minus bonum”) rispetto alla disposizione eterosessuale orientata all’altro sesso. La valutazione morale del comportamento sessuale dipende strettamente dalla concezione teologica adottata.

Sembra irrinunciabile la distinzione fra l’orientamento omosessuale (disposizione costituzionale) e il comportamento omosessuale. In quanto disposizione sessuale costitutiva l’orientamento omosessuale non viene scelto liberamente dalla persona. Non potendo ritenere una persona costituzionalmente omosessuale moralmente responsabile di ciò che sfugge alla sua libertà, non è possibile considerare peccaminoso l’orientamento omosessuale. Esso va quindi riconosciuto come un dato di fatto e non soggiace direttamente in quanto tale ad alcuna valutazione morale. Su questo punto la teologia morale è concorde. Solo il comportamento omosessuale può essere oggetto di una valutazione morale.

Circa il comportamento moralmente responsabile nei riguardi dell’orientamento omosessuale si avanzano due soluzioni: da un lato, la strada della rinuncia all’attività sessuale e della sublimazione della pulsione sessuale nel quadro di un significativo progetto di vita, dall’altro, la strada dell’integrazione dell’orientamento omosessuale e del comportamento che ne deriva in un’unione omosessuale stabile e duratura.

I documenti romani considerano possibile solo la prima soluzione. Gli atti omosessuali sono “oggettivamente disordinati” e non possono quindi essere resi buoni dall’intenzione o dalla motivazione.

Alcuni moralisti considerano la sublimazione una strada eticamente molto elevata, che dovrebbe essere indicata non tanto come obiettivo immediato quanto piuttosto come piena realizzazione. Come obiettivo immediato da realizzare si dovrebbe chiedere piuttosto che la persona omosessuale, come quella eterosessuale, si sforzi di personalizzare la propria posizione etico-sessuale di fondo, orientando la sessualità e l’erotismo verso una relazione personale integrale. Un terzo gruppo di moralisti considera problematico il rifiuto radicale del comportamento sessuale soprattutto quando le persone interessate integrano il loro orientamento sessuale in un’unione stabile e orientata al legame personale. Questi moralisti ritengono che il comportamento omosessuale, al pari di quello eterosessuale, sia consentito nel quadro di una relazione personale.

Bisogna riconoscere che la persona umana è responsabile solo di ciò di cui è anche capace e che l’ultimo tribunale resta la sua coscienza (formata). Perciò non si può parlare a priori – anche in caso di un radicale rifiuto del comportamento sessuale – di peccato (grave). Ciò richiede, infatti, la relativa concezione e la libertà di poter agire anche diversamente.

Chi in seguito a una matura riflessione perviene a un giudizio diverso da quello del magistero e crede di non poter seguire la chiesa in questo caso particolare, è tenuto a seguire la sua coscienza. Non commette alcuna colpa e non si trova neppure fuori della chiesa.
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6. Il valore intrinseco della relazione amorosa integrale

La visione negativa dell’omosessualità e la condanna dei comportamenti omosessuali da parte del magistero della chiesa corrisponde in pieno all’insegnamento dell’enciclica Humanae vitae (1968), che è stato espressamente riconfermato nell’enciclica Familiaris consortio (1981) da Giovanni Paolo II. Quest’insegnamento rifiuta la separazione fra attività sessuale e procreazione. Ritiene che l’elemneto decisivo sia l’unione fra disponibilità alla donazione e disponibilità alla procreazione, per cui ogni atto sessuale viene valutato essenzialmente a partire dalla sua apertura nel riguardi della procreazione. Poiché questo sembra assicurato solo dal matrimonio, solo in esso può essere buono l'”uso della sessualità”.

La disponibilità alla donazione e la disponibilità alla procreazione vengono considerate come le due facce di una medaglia. Perciò, è illecito ogni uso della sessualità umana svincolato della fecondità. Il criterio decisivo per la valutazione morale del comportamento sessuale si trova nella preservazione e nell’incondizionato rispetto di questo nesso fra l’amore che si dona e la disponibilità alla procreazione. Tutto ciò che contrasta con questo criterio è oggettivamente riprovevole e “un atto in sé gravemente disordinato”.

Finché si sottolinea così fortemente l’orientamento alla procreazione e si fa dipendere essenzialmente il compimento dell’atto sessuale.genitale dall'”apertura di ogni atto al concepimento” non è possibile valutare positivamente un atto omosessuale e neppure un atto eterosessuale che coscientemente esclude il concepimento. “Ma oggi non pochi moralisti mettono in discussione questo nesso fondamentale fra l’atto sessuale e il concepimento e, ai fini della valutazione morale del comportamento sessuale, considerano molto importante il fatto che l’atto sia espressione della disponibilità alla donazione e all’amore di tutta la persona. In base a questi criteri di valutazione sia il comportamento eterosessuale, sia quello omosessuale – quest’ultimo in presenza di un orientamento omosessuale costituzionale – potrebbe diventare anche un’espressione di amore personale” (9).

I presupposti per una nuova valutazione dell’omosessualità si trovano nell’attuale diversa visione della sessualità e della sua valutazione etica in seno allo stesso matrimonio. Infatti, se la sessualità viene vista “nel suo valore specifico come forma espressiva della donazione e fattore consolidante di un’unione partenariale che si costruisce nella reciproca sollecitudine e protezione, allora cambiano necessariamente anche i criteri di valutazione del legame, sostenuto e modellato dalle componenti sessuali, fra le persone orientate in senso omosessuale” (10).

Se si attribuisce un proprio significato alla relazione partenariale e alla comunione sessuale in quanto espressione fisica dell’amore personale e della donazione di tutta la persona, allora bisogna riconoscere anche alle relazioni omosessuali un valore etico.

“Proprio in base a tutto questo non si può continuare a negare il diritto morale a un’adeguata unione partenariale, sostenuta e modellata dalle componenti sessuali, neppure a coloro il cui orientamento costitutivo verso lo stesso sesso, indipendentemente dai fattori che possono aver contribuito a formarlo, non sembra consentire più alcun cambiamento fondamentale” (11).

Nell’omosessualità non è possibile realizzare una dimensione essenziale, cioè la generazione di figli. Ma si possono sperimentare e realizzare altri importanti significati della sessualità umana. La sessualità come veicolo della comunicazione e forma espressiva dell’amore personale conserva tutto il suo senso e il suo valore anche senza l’orientamento alla procreazione.

“L’amore ha sempre un valore e un senso in se stesso” (W. Kasper) (12). L’incontro e la relazione amorosa integrale fra due persone non possiede un proprio valore anche indipendentemente dalla procreazione di una nuova vita e dal fatto che sia una relazione omosessuale o eterosessuale?

Se un’amicizia e un’unione partenariale omosessuale vincolante ha in quanto tale un grande valore, allora si può escludere quell’intimità che si esprime nel rapporto sessuale? L’incontro fra due persone orientate in senso omosessuale non può essere anche espressione di amore personale? Non rappresenta anche un valore che merita di essere accolto e onorato? Queste relazioni sostenute dall’amore, dalla fedeltà e dalla responsabilità non vanno considerate e rispettate anche e soprattutto dalle cristiane e dai cristiani?

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7. Comportamento omosessuale nel quadro di una relazione personale

La sessualità – indipendentemente dall’orientamento sessuale – deve essere considerata anzitutto e soprattutto come una possibilità di comunicazione (reale-simbolica) mediante il linguaggio del corpo. Essa è dono e offerta, compito e dovere. Va quindi debitamente modellata.

La persona omosessuale non deve reprimere il proprio orientamento sessuale, ma lo deve accettare e integrare nell’insieme della personalità. “L’accettazione di se stessi” (R. Guardini) (13) comprende anche l’accettazione dell’orientamento sessuale e costituisce il presupposto della identità con se stessi. Chi reprime la propria sessualità, comunque essa si presenti, perde anche la possibilità di configurarla e di viverla in modo responsabile.

Ma l’accettazione e la stima di se stessi diventano più difficili quando si dice alla persona omosessuale che essa non dovrebbe esistere in quel modo – cioè con il suo orientamento sessuale – o che la sua tendenza omosessuale deve essere considerata un male o una macchia. Ora se quell’orientamento sessuale fa radicalmente parte del suo essere e della sua personalità, un tale giudizio non la colpisce e ferisce profondamente? Una visione così negativa non porterà necessariamente al disprezzo e all’odio di se stessi? Queste persone come potrebbero accettarsi, amarsi e rispettarsi? Ora l’accettazione di se stessi è importante per poter amare gli altri. Infatti, solo chi si sente amabile può amare gli altri in modo oblativo. Ogni vero amore del prossimo presuppone un vero amore di se stessi.

Si può affermare in linea di principio che l’espressione del linguaggio corporale dovrebbe sempre corrispondere all’atteggiamento interiore e alla relazione personale dei partner. Solo un comportamento delicato, che rispetta la dignità dell’altro e non lo degrada a semplice oggetto di piacere, lo prende sul serio in quanto persona.

Una volta accettato, il comportamento omosessuale nel quadro di una relazione personale deve rispettare gli stessi criteri etici del comportamento eterosessuale. Le relazioni erotiche e sessuali devono essere espressione di amore personale e devono essere autentiche. Quanto più intensa diventa la relazione sessuale tanto più l’espressione del linguaggio corporale esige impegno e fedeltà.

“Quando si giunge a una piena unione anche in senso genitale si esprime mediante il linguaggio del corpo l’accettazione del partner, l’attesa di trovare in lui completamento, sicurezza e accoglienza, ecc. Trattandosi di una relazione fra persone, la verità del simbolismo richiede che si accetti anche il passato dell’altro in termini di gratitudine e perdono, nonché il suo futuro in termini di promessa di fedeltà. Sarebbe quindi inautentico comunicare all’altro che lo si accoglie e si vuole essere una cosa sola con lui, senza essere disposti a mantenere quest’unità anche in avvenire. In questo caso si abuserebbe del partner, facendone un oggetto di piacere, e lo si ferirebbe nei suoi sentimenti. Se vuole essere responsabile, l’unione sessuale comporta anche l’impegno alla fedeltà” (14).

L’amore considera l’altra persona per amore di se stessa. Esso include l’accettazione del partner con il suo passato e il suo presente, ma anche nel suo futuro. Perciò, il comportamento omosessuale, come quello eterosessuale, è responsabile e può essere sperimentato in tutto il suo valore solo quando è legato e inserito in relazioni amorose, vincolanti e durature. Una comunione di vita così integrale e comprensiva richiede una decisione basilare.

Il vero amore non vuole restare chiuso in se stesso, ma vuole portare “frutto”. Non è autosufficiente – per esempio, nel senso di un “egoismo a due” – ma è necessariamente aperto agli altri. Intendendo la fecondità non nel senso restrittivo della generazione fisica, ma in un senso più ampio (generazione e donazione di vita), anche le unioni omosessuali possono portare frutto per se stesse e per gli altri. Possono realizzare gli stessi significati delle unioni eterosessuali ed essere feconde, anche se non in senso fisico. Mediante un impegno sociale la coppia omosessuale può uscire dall’ambito privato e la sua relazione d’amore può produrre frutti nella chiesa e nella società.

Anche la decisione di non costituire un’unione omosessuale, ma di vivere coscientemente una vita celibataria può essere – quando esista una corrispondente motivazione e determinazione – una forma di vita significativa, degna di stima e rispetto. “In ogni caso, per la configurazione dell’omotropia l’elemento decisivo è la misura di amore che si vive in essa e con essa. Essa può e deve assumere il carattere di agape” (15).

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8. La pastorale con le persone omosessuali

La pastorale dei seguaci di Gesù Cristo deve essere intesa come servizio e sollecitudine (di salvezza) per la persona umana integrale, con tutti i suoi aspetti e tutti i suoi problemi. Essa si preoccupa che le persone possano vivere nella libertà dei figli di Dio e secondo il desiderio di Gesù Cristo “di avere la vita e averla in abbondanza” (Gv 10,10). L’incondizionata dedizione alle persone è già di per sé proclamazione del messaggio dell’amore incondizionato di Dio.

Lo scopo della pastorale è “la piena e naturale accettazione di ogni persona, che possiede la stessa dignità in quanto creatura e figlia di Dio e arricchisce, grazie alla sua specifica costituzione, tutti gli altri” (16). Le persone omosessuali, uomini e donne, devono trovare piena accoglienza nella chiesa. Esse hanno ovviamente un posto e un diritto di cittadinanza nella chiesa.

Anche la responsabilità pastorale viene condivisa da tutte le cristiane e da tutti i cristiani, occorrono comunque interlocutori competenti e consulenti e accompagnatori qualificati. Poiché certi problemi delle persone omosessuali derivano essenzialmente dal loro ambiente sociale occorre un impegno politico attivo nella società e nella chiesa. Perciò, la presa di posizione a favore delle persone omosessuali, comunque esse vengano stigmatizzate ed emarginate, l’impegno a favore dei loro diritti e l’eliminazione della discriminazione fanno parte integrante di una pastorale con le persone omosessuali.

Una pastorale che prende sul serio la persona come soggetto della propria esperienza di vita rende giustizia alle persone omosessuali solo se viene elaborata e attuata insieme a loro. Il compito principale della pastorale non deve essere quello di recare la dottrina della chiesa ai “poveri peccatori”, bensì quello di stimolare le energie spirituali e vitali in modo tale che esse possano autodeterminare e realizzare responsabilmente la loro vita. Questo suppone da parte dell’agente pastorale non solo una grande sensibilità, ma anche una (certa) competenza nel campo della psicologia umana, della teologia e della spiritualità.

“Nell’agente pastorale l’uomo omosessuale e la donna lesbica troveranno un sostegno per il loro sforzo e desiderio di interpretare anche teologicamente la loro costituzione omosessuale, trovare un senso alla stessa e scoprire la volontà di Dio riguardo alla concretizzazione e configurazione della loro vita, una vita che è ben più della semplice omosessualità, ma nella quale l’orientamento omosessuale riveste un’importanza basilare, poiché non è possibile svincolarlo dal fondamento dell’essere persona” (17).

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Consulenza e accompagnamento

Le persone omosessuali hanno diritto alla consulenza e all’accompagnamento pastorale (intervento in caso di crisi, consulenza, accompagnamento spirituale, affidamento a psicoterapeuti…).
E’ molto importante che le persone omosessuali (specialmente nel processo del coming out) incontrino interlocutori e interlocutrici comprensivi, persone di riferimento che le accettino con la specificità dei loro sentimenti, del loro comportamento e della loro definizione di se stessi e (riflettendo criticamente) le sostengano. Per molte persone omosessuali questa è l’unica possibilità di confidarsi senza timori e parlare liberamente almeno con una persona.

L’accompagnamento e la conversazione dovrebbero poter includere anche l’aspetto religioso e spirituale. Una consulenza e un accompagnamento competenti riconoscono l’orientamento sessuale come parte essenziale della persona.
Il loro compito è quello di accompagnare con grande sensibilità e favorire la conoscenza di sé, l’accettazione della sessualità, l’accoglienza e l’integrazione dell’orientamento omosessuale nella vita. All’occorrenza, le persone omosessuali hanno bisogno di essere aiutate anche a costituire un’unione stabile. Vanno accompagnate (riflettendo criticamente) anche le persone omosessuali che scelgono la vita celibataria.

E’ particolarmente importante sostenere i genitori di figli omosessuali, accompagnarli nel loro cammino e aiutarli soprattutto a liberarsi da infondati sensi di vergogna e di colpa.

Le persone omosessuali non sono oggetti della pastorale, bensì soggetti attivamente partecipi. Il presupposto di una pastorale che non degrada le persone omosessuali a livello di “casi pastorali” è la stima e il rispetto per la decisione di coscienza della singola persona.

Esistono coppie omosessuali che decidono di vivere stabilmente insieme. Molti, in base alla loro fede cristiana, sentono la necessità e il desiderio di suggellare il loro amore con una specifica celebrazione liturgica e di invocare sulla loro vita comune la benedizione di Dio. Questa celebrazione – diversa dal sacramento del matrimonio – deve esprimere la promessa della protezione divina sulla loro unione. Può essere un’interpretazione spirituale e un accompagnamento cultuale delle persone che vivono e amano in modo omosessuale. Una tale celebrazione richiede evidentemente una grande sensibilità in modo che si distingua chiaramente per forma e contenuto dalla celebrazione del matrimonio e non venga snaturata e posta al servizio di altre finalità.

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Rispettarsi a vicenda e fare spazio all’incontro

Il presupposto più importante per un vero dialogo con le donne e gli uomini omosessuali è il fatto di dialogare con loro e non limitarsi a parlare di loro.

L’incontro diretto fra persone omosessuali ed eterosessuali e la conoscenza personale è un primo passo verso una maggiore comprensione e una vera accettazione.. Questo richiede l’instaurazione di un clima nel quale si possa parlare liberamente e rispettosamente dell’omosessualità e delle persone omosessuali.
Si deve assicurare che ogni persona omosessuale possa parlare apertamente della propria condizione perlomeno in seno alla sua chiesa senza essere punita e emarginata.

Finché le donne e gli uomini omosessuali sono discriminati nella società e nella chiesa, i gruppi di solidarietà, dialogo e lavoro delle persone omosessuali hanno importanti compiti da assolvere. (Questi gruppi hanno lo scopo di facilitare il coming out, promuovere la solidarietà fra le persone omosessuali, rafforzare l’auto-accettazione e l’auto-coscienza, attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sui loro problemi, eliminare i pregiudizi e migliorare la loro condizione giuridica). Essi sono partner importanti per il dialogo e la collaborazione. Ma la pastorale deve sentirsi responsabile anche di coloro che non si sentono rappresentati da questi gruppi e organizzazioni.

Accanto allo spazio protetto della pastorale e della consulenza sono molto importanti anche il lavoro formativo e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Informando e spiegando si possono eliminare pregiudizi e paure, sviluppare un’immagine più realistica delle persone omosessuali e accrescere la comprensione nel loro riguardi.

La formazione della coscienza in tutti i settori richiede che si parli con la maggiore naturalezza possibile anche dell’omosessualità ogniqualvolta si affrontano i temi della sessualità e delle relazioni (scuola, iniziative giovanili, formazione degli adulti, preparazione al matrimonio, formazione delle vocazioni ai ministeri ecclesiali).
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Eliminare la discriminazione

Una chiesa che sa di dover restare sempre a fianco delle minoranze discriminate rifiuta come inumana e non cristiana ogni forma di diffamazione e discriminazione. Purtroppo la condanna ufficiale delle relazioni omosessuali da parte della chiesa non può che rafforzare la tabuizzazione, discriminazione ed emarginazione sociale delle persone omosessuali. La chiesa sarebbe più credibile se precedesse tutti con il buon esempio nella sue proprie file.

E’ molto importante anche l’impegno politico-sociale. Un concreto contributo per l’eliminazione delle discriminazioni sarebbe la cancellazione di tutte le leggi particolari (diritto penale speciale) contro l’omosessualità, che consolidano inevitabilmente i pregiudizi, nonché l’adozione di una legislazione non discriminante.

La definizione del matrimonio come unione partenariale fra uomo e donna e come orientamento in linea di principio alla paternità non consente di equiparare ad esso l’unione a vita delle persone omosessuali. Per lo stesso motivo si evita l’uso del termine “matrimonio” per le unioni di persone dello stesso sesso. Ma le unioni stabili delle persone dello stesso sesso dovrebbero essere pubblicamente riconosciute come forma di vita specifica e dovrebbero essere giuridicamente protette (registrazione delle unioni, diritto di visita e informazione, diritto ereditario, diritto di cessione dell’alloggio).

Il riconoscimento giuridico della coppia omosessuale non comporta alcuna svalutazione o messa in discussione del matrimonio e della famiglia, ma serve alla stabilità e alla protezione dell’unione dei due partner. Poiché la riuscita dell’unione dipende essenzialmente dall’ambiente sociale è importante impegnarsi al riguardo.
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Il sì incondizionato di Dio

Amare qualcuno significa dirgli: E’ bello che tu esista! L’accettazione e accoglienza dell’essere umano da parte di Dio non dipende dal suo orientamento sessuale. Si fonda piuttosto su un libero dono di Dio, sul suo amore incondizionato, che ci è stato offerto in modo definitivo in Gesù Cristo. Il sì di Dio all’essere umano è un sì pieno e riguarda l’uomo reale e l’intera sua esistenza. Questo sì di Dio ci consente e autorizza a dire sì a noi stessi, ad accettarci, a comprenderci come figlie e figli di Dio, a incontrarci con stima e rispetto, a collaborare all’edificazione di una chiesa e di una società che siano ambienti di vita per tutti. Bisogna che anche noi pronunciamo insieme a lui e dopo di lui Il grande sì di Dio.

La pastorale con le donne e gli uomini omosessuali deve anzitutto permettere loro l’esperienza dell’essere rispettati, accettati e compresi per quello che sono: “E’ bello che tu esista, anche con la tua natura, con ciò che costituisce la tua identità, quindi anche con la tua omosessualità” (H. Rotter). Quest’autentica accettazione e sincera stima da parte dell’operatore e dell’operatrice pastorali imita e manifesta la benevolenza e l’amore incondizionato di Dio nei riguardi dell’essere umano.

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(Traduzione italiana di Romeo Fabbri)

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(1) U. Rauchfleisch, “Homosexualität (Anthropologisch)”, in W. Kasper (a cura di), Lexikon für Theologie und Kirche, vol. 5, Freiburg in Br., 1996, 254.

(2) K. Löwitt, Die Sprache der Sexualität, Frankfurt a. M., 1992, 31.

(3) W. Müller, Homosexualität – eine Herausforderung für Theologie und Seelsorge, Mainz, 1986, 127.

(4) Cf. M.Stowasser, “Homosexualität und Bibel. Exegetische und hermeneutische Ueberlegungen zu einem schwierigen Thema”, in New Testament Studies 43 (1997) 503-526; B,J, Brooten, “Homosexualität”, in NBL II, 192-193; K. Hoheisel, “Homosexualität”, in RAC 16, 289-364.

(5) R. Schnackenburg, Die sittliche Botschaft des Neuen Testaments. Von Jesus zur Urkirche, Freiburg i.Br., 1986, 241.

(6) Congregazione per la dottrina della fede, Alcune questioni di etica sessuale, EV 5/1728ss.

(7) Congregazione per la dottrina della fede, Cura pastorale delle persone omosessuali, EV 10/902ss.

(8) Catechismo della Chiesa cattolica, Libreria Editrice Vaticana, 1992.

(9) J. Gründel, “Haben Homosexuelle Heimat in der Kirche?”, in U. Rauchfleisch (a cura di), Homosexuelle Männer in Kirche und Gesellschaft, Düsseldorf 1993, 56.

(10) W. Korff, “Homosexualität (Theologisch-ethisch)”, in W. Kasper (a cura di), Lexikon für Theologie und Kirche, vol. 5, Freiburg i. Br., 1996, 257s.

(11) Idem, Wie kann der Mensch glücken? Perspektiven der Ethik, München 1985, 227.

(12) W. Kasper, Zur Theologie der christlichen Ehe, Mainz 1977, 28.

(13) R. Guardini, Die Annahme seiner selbst, Mainz 1987.

(14) H. Rotter, “Sexualität”, in Idem-G. Virt (a cura di), Neues Lexikon der christlichen Moral, Innsbruck 1990, 687.

(15) B. Fraling, Sexualethik. Ein Versuch aus christlicher Sicht, Paderborn 1995, 242.

(16) H. Heinz, “Homosexualität und geistliche Berufe”, Stimmen der Zeit 214 (1996) 681-692, 688.

(17) W. Müller, “Mit Homosexuellen leben”, in K. Baumgartner-M. Langer (a cura di), Aussenseitern leben. Eine Herausforderung für die Christen, Regensburg 1988, 64-74, 72.

( Questi documenti sono stati pubblicati sulla ” Kirchenzeitung fur Diozese Innsbruck” nel maggio 1998)

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