Com’é essere omosessuali e cattolici?

Testimonianza di Luca B.
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Sono cattolico e sono gay, e cerco di vivere a pieno la mia fede senza ignorare quello che sono. Un vero disastro alle volte. All’inizio è un gran casino, davvero, un ciclone di domande che tempestano la mente, poi col passare del tempo le cose tranquilli cambiano, a volte in peggio. È come avere una ferita, una piaga che qualcuno di tanto in tanto andrà a riaprire, un taglio che crediamo sano ma che si scopre non essere mai sanato.
Essere gay e cattolico è come essere profugo in terra straniera, è come vivere nello stesso luogo da sempre ed avere nostalgia di qualcosa che non è mai esistito.

Coloro i quali ti circondano a poco a poco compiono le loro scelte, sono fortunati perché hanno una vita, ma io sono più fortunato: ne ho ben due, due vite parallele, due vite vissute a metà, due persone che non hanno tra di loro un dialogo, che spesso hanno timore di parlarsi per paura di aggredirsi, che non riescono a formare un’identità compatta ma solo un gran senso di smarrimento.

Essere gay-cattolico è come essere una ragazza muta, che ogni sera prima di addormentarsi ascolta l’opera sognando di diventare una cantante lirica ma sa bene che non le apparterrà nessuna di quelle miriadi di note che può udire da altri, ma che non sa esprimere se non nella sua mente.

Essere gay-cattolico è come la lunga battaglia di Alesia, dove il nemico è all’esterno ma anche all’interno, una guerra su due fronti con sé stessi e col mondo, la paura del giudizio ed il giudizio che alimenta la paura, non resta che una lunga serie di pali appuntiti che impedisca ad uno di entrare in contatto con l’altro.

Essere gay-cattolico è il tentativo di abbracciare la propria fede, la propria croce che alle volte sembra più un cactus messicano che altro, ma nel deserto è l’unica fonte di sostentamento; è come porre il proprio cuore in congelatore per paura di usarlo, perché ti manca la speranza, perché qualcuno ti ha detto che sei diverso, diverso da tutti, uguale a nessuno. Essere gay e cattolici è il sacrificio che si compie per chi ti circonda, per paura di far soffrire si sceglie di soffrire da soli, per paura di deludere, di essere rifiutati, feriti ed attaccati.

Essere gay è massacrare i propri sentimenti perché nulla deve trasparire dal tuo volto se non quello che gli altri si aspettano: un surrogato delle emozioni altrui, belle comode, pratiche ma al prezzo di un piccolo pezzo di sé stessi che ogni giorno viene distrutto. È l’incubo di uscire di casa il sabato per tre volte di fila, per coloro coi quali esci, per quello che dovranno dire di te, per colui col quale esci veramente, per quelli che potresti incontrare e dovrai schivare con ogni possibile espediente.

Essere gay è un mucchietto di piccole soddisfazioni e un colle di menzogne che racconti ad ognuno dei tuoi amici e conoscenti, e che su di esse costruiscono la tua relazione, è uno scatolone pieno di maschere, di personalità una più costruita dell’altra, ma che a tanti piacciono perché coprono quella voragine di solitudine, miseria e rabbia che ti ricopre da capo a piede.

Essere gay e cattolico è la condanna a vivere da giullari, facendosi gioco dei propri sentimenti, dei propri fallimenti, un anti-eroe che parla con fare cinico delle sventure nel tentativo di destare almeno un po’ di ilarità negli altri, perché se dici di amare un uomo desti solo commiserazione o compassione, pochi arrivano alla tolleranza di quello che è il tuo modo di provare sentimenti.

Mi sarebbe sempre piaciuto imparare anche un’altra modalità di sentire le cose, magari senza sentirmi sbagliato o diverso ad ogni umano battito del mio cuore.

Essere gay e cattolici è essere prigionieri di sé stessi, con la volontà di fuggire e l’impossibilità di allontanarsi. È la sensazione di rifiuto che si innesca nei cattolici per la tua sensibilità e nei gay per la tua fede, è una stanza d’albergo senza un letto. Una lista infinita di “perché?” rivolti al proprio Dio, che con amore ti ha generato ma che a malincuore ti concede di vivere di rancori e piagnistei che a nessuno interessano.

Valutate voi se valga davvero la pena vivere una vita da reietti, annegando la propria solitudine in feste strampalate, chat erotiche, vite promiscue o droghe pesanti.

Valutate se per caso il giudizio che voi date siano solo parole o se invece non si tratta di pietre che ogni giorno lapidano quel poco di umanità che ci resta, che non ci fa sentire differenti dalle fiere selvatiche.

Immaginate anche solo 5 minuti di essere come io sono, a quanti viene ancora la voglia di sorridere? Di uomini che chiusi all’interno di stereotipi vivono ogni giorno la loro condanna alla vita. Perché non li ha condannati Dio, siamo stati noi, che un bel giorno abbiamo deciso che qualcuno era straniero, che andava distrutto, che le guerre erano un’occasione, uno strumento. Dopo esserci a modo è arrivata la pace, e ora quelli che fanno del male sono solo i criminali e gli assassini forse, ma forse no.

Quante persone verranno ancora uccise dalle nostre parole aguzze e affilate?
Quanti ragazzi annienteremo coi nostri pettegolezzi?
Quante ragazze subiranno le nostre angherie per la nostra insensibilità?
Quante mogli verranno picchiate per colpa nostra e solo nostra?
Quanti poveri che hanno semplicemente fame e sete continueremo a trattare come degli zerbini?

Guardami in tasca uomo dalle mani pulite che condanni la violenza fisica, guarda bene nelle tasche se non è rimasta qualche macchia di sangue dal mio ultimo eccidio. Osserva nel mio cuore la rabbia, la distruzione e il male che convivono col desiderio di amare e costruire, il bene ancora lo domina ma non dormire sulle braci spente.

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* A. C.C. e alla sua famiglia. Con Affetto

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