Dall’impossibilità alla responsabilità: suggerimenti per una pastorale cattolica con le persone omosessuali

Riflessioni del sacerdote e teologo P. James Alison, liberamente tradotte da Dino del Progetto Gionata

Se una domenica sera me ne andassi per la strada dov’è situato il mio appartamento a San Paolo, posso essere certo di una cosa: incontrerei centinaia di ragazzi; in realtà ragazzi omosessuali e lesbiche tra i 14 e i 18 anni di età.
Emo, dark, con creste mohicane e piercings, con il logo della biancheria intima rigorosamente in vista, e con ogni immaginabile varietà di vestiario come dimostrazione di tutta l’inquietudine e la gloria dell’adolescenza.

E perché proprio lì? Beh, c’è un grande club all’angolo, in questo che è il più popolare dei due principali quartieri gay di San Paolo, che ospita una “matiné” o “spettacolo per minorenni” la domenica pomeriggio.
In realtà ci sono diversi club di questo tipo, ma questo è il meglio ubicato. Così, circa dalle 4 del pomeriggio fino quasi a mezzanotte, i ragazzi che non potrebbero entrare in un club tradizionale nei normali orari notturni, qui possono divertirsi, cosa che fanno, sia dentro al club che fuori di esso, con grande fastidio degli automobilisti locali, che si vedono costretti ad avanzare molto lentamente per la non osservanza del semaforo e sotto lo sguardo di una discreta presenza di polizia destinata soprattutto a proteggere i giovani da occasionali scoppi di violenza.
Difatti, ogni tanto gli skinheads decidono di farsi spavaldi e compaiono per dare ai “finocchi” un leggero pestaggio domenicale. Con mia grande meraviglia non ho mai visto degli adulti rapaci in agguato alla ricerca di ragazzi minorenni.
In realtà non sono nemmeno completamente certo che i ragazzi si accorgerebbero che qualcuno tenti di farlo dato che sembrano trovarsi così totalmente immersi nel loro mondo. Se qualcuno ci provasse, beh allora il carattere può essere un’arma esplosiva e questi ragazzi hanno carattere da vendere.

Perché ho iniziato con questa immagine? Se quindici o vent’anni fa mi aveste detto che una cosa come questa sarebbe stata considerata del tutto normale in una città importante, l’avrei creduto impossibile. Ciò che in realtà sembrerebbe impossibile è la totale normalità, l’adorabile  benché leggermente isterica banalità di tutto questo.
Per quanto posso capire, qui c’è una generazione il cui ingresso nel mondo del corteggiamento, degli appuntamenti e della costituzione di coppie avviene nello stesso tempo di quella dei suoi contemporanei della scuola media e della superiore, avendo come sfondo la stessa musica, moda, accessi di angoscia, dispute con urla e altro.
Anche se i ragazzi del mio quartiere sono capaci di esprimersi in una forma particolarmente libera, il fatto che il loro modello di relazione sia con persone dello stesso sesso non sembra essere in alcun modo la caratteristica più evidente o importante di  ciò che regola la loro vita.

Bene, permettetemi ora di accompagnarvi ancora più avanti nella medesima strada, proprio appena passata la mia porta d’entrata. All’inizio, non potrete notarlo, in mezzo a tutte le normali forme di vita gay da marciapiede, con una gran quantità di uomini che si riversano in strada per chiacchierare tranquillamente fuori dai bar (le lesbiche tendono a radunarsi in quartieri un po’ diversi); ma se vi tratterrete lì per un certo tempo, state certi che vi accorgerete di questo: la presenza di un considerevole numero di quelli che nel Regno Unito sono chiamati “rent boys”, “ragazzi da affittare”, negli Stati Uniti “hustlers” e che in Messico sono noti come “chichifos”. In ogni caso lavoratori del sesso.
Uno di essi una volta mi ha fatto vedere qualcosa che da me stesso non avrei notato: se uno dei suoi colleghi possiede qualche gioiello, pur semplice che sia, è molto probabile che non faccia uso di droghe. Dato che è gente povera, le droghe che possono permettersi sono del tipo più dannoso e che dà più dipendenza – crack e metanfetamine – e la strada che porta dalla prima dose alla totale perdita dell’autostima e, con essa, del vestiario decente e degli accessori, è vertiginosamente rapida. Pertanto, se il ragazzo avesse iniziato a consumare droga, avrebbe già venduto i suoi gioielli per la dose successiva.

Alcuni di questi ragazzi esercitano la loro professione in posti normali (e parlano con rispetto dei loro clienti abituali), perché è un modo rapido di guadagnare denaro.
Per altri, specialmente per quelli dei quartieri periferici più poveri della città, dove le pressioni ad assumere una connotazione più virile durante la crescita sono più forti, questo è il modo di adattarsi sia ad “uscire dall’armadio”, sia a poter girovagare per una notte nel centro della città, visto che, a loro detta, se lo fanno per denaro, allora non sono omosessuali.
Dopo aver fatto un po’ di esperienza, si abituano ad essere omosessuali e, una volta che questo è avvenuto, la questione del denaro assume un peso meno decisivo nelle loro vite.
Alcuni lo faranno come una forma di sfogo dopo una settimana di lavoro come muratore o come parrucchiere; altri sono implicati con uomini anziani, abituati a pagare il conto per loro e impegnati in una relazione.
Altri che hanno guadagnato troppo denaro e troppo in fretta, in cambio di qualche trucco, e avendolo sperperato altrettanto rapidamente si ritrovano impantanati in una spirale di autodisprezzo e di impotenza nel trovare un’occupazione, incapaci di sopportare la noia, la dura fatica e il basso salario caratteristici del solo tipo di lavoro per cui sono qualificati.

All’angolo c’è un Internet caffè, dove tutti gli abitanti della strada possono connettersi in linea, chattare, fissare appuntamenti e attualizzare le proprie pagine web con nuove e sempre più audaci foto.
Il continuo mescolarsi di suonerie dei cellulari indica che l’appuntamento è andato a buon fine, che le trattative sono chiuse e così via.
L’assoluto anonimato offerto dal mondo di Internet e dal telefono cellulare sembra aver tolto una buona parte di disonore alla prostituzione maschile. Dopotutto un occasionale spettatore non può in nessun modo sapere se ciò che sta avvenendo ha un connotazione soltanto amichevole o ha implicazioni professionali.
E questo mondo si avvicina fianco a fianco, si sovrappone e anche si compenetra a quel mondo degli adolescenti della domenica che ho descritto in precedenza; spesso in modo impercettibile.
Gli stessi fattori sociali che rendono possibile il primo mondo, hanno anche dato il suo attuale volto e il suo aspetto all’altra realtà.
Benvenuto nel mio mondo. Mi piace, mi piace davvero vivere in mezzo a tutto questo. Mi sento tanto sollevato nel condividere la sensazione di libertà che deriva dall’infrangere l’impossibilità.
Sono arrivato a gioire del suono impagabile della risata di una drag queen brasiliana alle tre del mattino, più stridula e ancora più tenera del grido più arrogante del cacatua nella foresta.
Eppure nel mio privilegio di vivere in tale quartiere, ho da affrontare un’enorme sfida in termini di responsabilità.

Come potete vedere, nella città in cui vivo, una città di circa diciotto milioni di abitanti, dove il Gay Pride annuale conta la partecipazione di un minimo di tre milioni di persone – è la cifra fornita dalla polizia – non esiste una pastorale cattolica per la comunità LGBTQ (Lesbica, Gay, Bisex, Trans e Queer).
In una città il cui nome è dedicato all’apostolo Paolo, e che è anche la città più grande di tutto il Paese, con la più numerosa popolazione cattolica nel mondo, la nostra Chiesa è completamente assente da qualsiasi impegno concreto nella vita di quella parte della società che in Brasile è indicata col termine “GLS”, Gay, Lesbiche e Simpatizzanti (quelli con affinità similari).

E di nuovo ci troviamo di fronte ad un diverso tipo di impossibilità visto che, ovviamente, la nostra Chiesa in Brasile sottostà allo stesso insegnamento delle Chiese cattoliche di ogni altro luogo, e cioè all’attuale insegnamento delle congregazioni romane, che ha come premessa che tutti gli esseri umani sono intrinsecamente eterosessuali e che le persone omosessuali sono oggettivamente disordinate.
Mons. Léonard, recentemente nominato primate del Belgio, ha fatto una descrizione piuttosto precisa dell’insegnamento della Chiesa quando ha affermato, con lo sconcerto della stampa locale, che a suo parere essere omosessuali equivale a soffrire di anoressia, in altre parole: una patologia del desiderio.
Questo insegnamento non può riconoscere che essere gay è una variante minoritaria non patologica che si verifica regolarmente nella condizione umana; perché, se riconoscesse questo fatto, ne deriverebbero alcune conseguenze: l’appropriatezza di alcune forme di relazione, che comprendono un elemento sessuale, nonostante esse non possano avere nessuna funzione  procreatrice possibile.
E di conseguenza l’appropriatezza di alcune forme di riconoscimento civile e liturgico di tali relazioni. Nel linguaggio che gli è proprio, il documento romano a cui mi sono riferito stabilisce che l’affermazione che il fatto di essere omosessuali è un oggettivo disordine, deve essere mantenuta allo scopo di poter tenere valida anche l’affermazione che tutti i possibili atti sessuali che derivano dall’essere omosessuali sono intrinsecamente cattivi e pertanto proibiti.
Se si mette da parte il concetto dell’oggettivo disordine, viene messa da parte anche la proibizione assoluta. Ne consegue che i due concetti sono strettamente vincolati tra loro.

Ora, certamente ci sono sempre meno persone che in realtà credono ancora all’affermazione che l’essere omosessuali sia un oggettivo disordine in una condizione umana intrinsecamente eterosessuale, sia in Brasile che in qualsiasi altro posto, e anche all’interno del clero, nonostante l’insegnamento ufficiale abbia un effetto dissuasorio su chiunque desideri partecipare ad una possibile pastorale in questo campo.
Sono molto pochi i vescovi, pur benevoli che siano, che osano affrontare l’ira che scaturisce, di solito dal clero omosessuale che odia se stesso, ma anche da altri soggetti che sono stati “militarizzati” in gruppi religiosi integralisti, di fronte a qualsiasi iniziativa pastorale che tratti le persone omosessuali come esseri umani per i quali l’essere gay rappresenta il fatto di trasformarsi in qualcosa di molto più ricco, invece di essere una terribile ferita contro la quale dover lottare.

E così abbiamo la strana situazione in cui c’è una vita sociale e culturale omosessuale in crescita, con tutto ciò che può avere di buono, tutto ciò che ha bisogno di essere incoraggiato, di svilupparsi, di essere guidato, sostenuto, di dirigersi nella corretta direzione, ma accanto ad essa e con essa strettamente intrecciato c’è un certo sottomondo torbido e furtivo, con i bisogni che i suoi abitanti hanno di dignità, stabilità, opportunità di ricevere un’educazione o una professione, consigli di vita in famiglia e nella comunità.
In breve, tutti gli ingredienti che reclamano a gran voce un magnifico servizio pastorale cattolico di consolidamento comunitario. E nonostante ciò, tutto questo è impantanato in un’apparente impossibilità religiosa, che mi disturba profondamente e invero non so come risolvere.

Quando nel mio titolo mi sono riferito alla “impossibilità” e alla “responsabilità” e quando ho parlato di sviluppare nuovi modi di raccontare l’esperienza cattolica omosessuale, stavo pensando di pianificare percorsi, modelli di crescita tra i due poli, modi di descrivere da dove crediamo di venire e dove crediamo di andare; ciò che ha senso e che ha titolo di esser riconosciuto verità riguardo ad essi.
E credo che siano di due tipi i percorsi che sto cercando di compiere, anche se aspetto con ansia il momento in cui queste due strade si uniscano in una sola. I due percorsi sono quello personale e quello ecclesiale. Permettetemi di spiegare.

Il percorso personale è quello che è già ben avanzato nella vita di molti di noi. Credo che in molti siamo stati capaci almeno di iniziare a percorrere questo cammino, anche se con fatica e a forza di inciampi, secondo la nostra esperienza personale. Questa è la strada della persona che parte dall’esser stata profondamente scandalizzata dal proprio modo di essere, di chi è rimasto bloccato da tutti i dilemmi di “ama, ma non amare”, “sii, ma non essere”.
Il tipo di persona che, mentre stava crescendo non poteva onestamente nemmeno immaginare che ciò che più desiderava, forse già molto prima della pubertà, uno sposo o una sposa dello stesso sesso, avrebbe potuto diventare una realtà nella sua vita.
Il percorso di chi da questo punto iniziale arriva ad essere una persona che possiede pacificamente uno stabile senso di sé, in grado di prendere in considerazione, e averne la giusta comprensione, il corteggiamento, la relazione l’associazione, l’impiego, la famiglia e la partecipazione diretta alla più ampia politica sociale con qualcosa da offrire, sembra un miracolo. E per molti di noi lo è stato.

Credo anche che, insieme a questo percorso, qualcosa di molto importante stia avvenendo in ambito cristiano più ampio, qualcosa che non necessariamente è ben rappresentato dai vari capi religiosi dei gruppi cristiani, benché tuttavia sia ogni volta più presente. Io lo chiamo, in onore a Homer Simpson, il fattore “Doh!”.
Con questo intendo riferirmi alla crescente certezza della compatibilità del cristianesimo con l’emergente consapevolezza di essere omosessuale.
Dopo tutto, mentre sempre più gente si rende conto che essere omosessuali è un dato di fatto e basta, né più né meno, risulta ogni volta più difficile presentare Gesù come qualcuno che disapprova gli omosessuali ed è in un certo modo particolarmente duro nei loro confronti.
Specialmente per il fatto che Gesù era decisamente propenso a preferire e ad unirsi a quelli che nella loro società ricevevano la pesante disapprovazione dei religiosi integralisti. Spesso il ricordo di chi è stato e di chi è Gesù costituisce un ostacolo insormontabile per gli integralisti di ogni cultura.

Tuttavia, credo che stia avvenendo qualcosa di più ricco e di più profondo di questo, e voglio precisarlo qui, visto che mi sembra che il nostro discorso non verta su come, in qualche modo, cerchiamo di essere, e ci impegnano ad essere, un’eccezione tollerata per mezzo di un discorso cristiano globale che in realtà non ci includa.
Piuttosto, quello che sta avvenendo, nell’ambiente secolare normale e con la costernazione dei nostri capi religiosi, è stato il discorso cristiano che, per così dire, ci coinvolge.

Non si tratta di un gruppo di ribelli malintenzionati che cerca di cambiare l’insegnamento della Chiesa, o di un gruppi di infedeli che tenta di modificare il Vangelo.
Invece ritengo che ci stiamo veramente trovando in mezzo all’azione della potenza del Vangelo che agisce nella nostra società e segue esattamente il modello che Gesù ha predicato.

La potenza del Vangelo è questa: Dio ha occupato il posto del proscritto, del rifiutato, del condannato, con lo scopo di mostrare come la bontà di Dio, la potenza creatrice di Dio, la capacità di Dio di armonizzare realtà diverse in un ordine pacifico ha poco o niente a che vedere con il “sapiente”, il “potente” e il “giusto” del nostro mondo.
Al contrario, si manifesta soprattutto tra le persone di cattiva reputazione, quelli che hanno poco da perdere, quelli che nelle meravigliose parole di san Paolo “non sono” (1Cor 1,28).

E il modo in cui questo funziona in qualunque delle nostre società come una forma di apprendimento è il seguente: normalmente quando qualcuno si trova ad occupare il posto della vergogna e la morte sociale che il gruppo crea per affermare il suo falso senso di bontà, semplicemente finisce per ritenersi davvero malvagio, contaminante, meritevole di castigo.
Tuttavia, dal momento che Dio stesso ha occupato questo posto tramite la persona di Gesù e ha mostrato che esso poteva essere occupato e abitato, con dolore ma anche con un atteggiamento di perdono, Dio ha posto fine al nostro modo di costruire la bontà contro e in contrasto con persone come Lui.
E questo significa che Dio fa sorgere un sospetto in noi, il sospetto che la nostra bontà possa essere falsa e che i nostri “malvagi” possano essere dopo tutto innocenti o almeno non più colpevoli di tutti gli altri.

Ad alcuni sembra strano, ma il diretto risultato di essere capaci di accettare che Dio si è rivelato a noi come la vittima vergognosa della cospirazione di forze politiche e religiose della legge e dell’ordine, che a fatica controllavano una crescente violenza della moltitudine -il risultato diretto, quindi, della fede nel figlio di Dio- è la perdita di fiducia sia nell’innocenza di quelli implicati nel linciaggio che nella validità della cultura  che essi intendevano propugnare.
Le cose che sembravano sacre si mostrano essere state per tutto il tempo soltanto degli idoli, idoli che esigono vittime sacrificali.

Ebbene, questo comporta e ha comportato che, col tempo, persone sotto l’influenza della grazia diventano dubbiose dei loro stessi motivi quando si trovano a far parte di una giusta unanimità contro qualche malfattore.
In qualche angolo in fondo alla nostra mente c’è uno strano concetto che Dio non può davvero appoggiare simili cose, perché esse sono proprio ciò che è accaduto a Dio stesso. Ora, l’aspetto curioso e glorioso di ciò è che questo momento di sospetto, di autocritica, di dubbio riguardo all’opinione in apparenza convincente della maggioranza su come stanno le cose e su come i problemi possono venir risolti con un linciaggio, questo momento costituisce la condizione di una possibile vera presa di coscienza.

Non è che le persone acquisiscano dapprima delle conoscenze scientifiche e poi, da una posizione razionale, abbandonino le loro precedenti credenze superstiziose.
Pertanto non è che che la gente abbia compreso che il clima funzionava in una certa maniera e secondo modelli prevedibili, e allora abbia cominciato a burlarsi di chi pensava che la tal grandinata fosse causata da una strega che aveva lanciato il malocchio su un agricoltore e in particolare sulla sua terra. Proprio il contrario, è stato perché le persone si videro incapaci di credere nell’effettivo potere e perciò nella colpevolezza delle streghe, che fu possibile porsi le domande che portarono poi ad altre spiegazioni riguardo alle cause dei fenomeni naturali.
In altre parole una risposta che presuppone una vittima da immolare, davanti a qualsiasi domanda chiuderà sempre la possibilità di imparare, confermando un gruppo nella sua oscurità.
La perdita di credibilità della risposta che presuppone una vittima è ciò che apre la possibilità di trovare la verità, di apprendimento, e di avanzare verso un mondo più grande, più vasto, un mondo creato da Dio, al posto di un mondo popolato da rari demoni e imprevedibili forze sacre con le quali si deve negoziare e alle quali si deve compiacere.

Bene, spero che possiate notare che più o meno negli ultimi cinquant’anni, con noi della comunità LGBTQ sta avvenendo qualcosa di molto simile a questo. Mentre la paura della violenza, del danno e della devastazione mantenevano vivo il modo di dire “non importa ciò che fai, basta che tu non lo dica”, che è espressione comune nella maggior parte delle società, ovviamente non esistevano (ufficialmente) persone omosessuali, come è ben noto che anche oggi “non ne esistono” in Iran o in Uganda.
Tuttavia, dato che durante gli ultimi cinquant’anni circa le persone omosessuali sono state disposte a correre il rischio di essere identificate, si sono preparate ad affrontare gli eventuali danni derivanti e hanno superato la vergogna, e come questo è avvenuto, sempre più gente si è dissociata dalla minaccia del linciaggio pubblico ed ha cominciato a porsi domande di carattere scientifico, più che di carattere religioso.
E non appena le spiegazioni moralistiche (devianza, patologia, vizio) e le soluzioni codificate (carcere, trattamento con elettroshock, terapie riparative di conversione) hanno perso credibilità, è stato possibile che la gente si ponesse il tipo di domande che realmente possono favorire la conoscenza dell’essere umano.
Domande come: “Quali sono le basi neurologiche, endocrine e ormonali che portano a questo orientamento?” “Cos’hanno a che vedere con questo i geni, ammesso che c’entrino in qualche modo?”, “Ci sono delle differenze significative nell’incidenza di persone omosessuali da una cultura all’altra?”, “C’è qualche particolare tipo di patologia, fisica o psicologica, che sia propria o intrinseca delle persone con questo orientamento, che non sia associata alle circostanze nelle quali sono state costrette a vivere?”.

E poi, come sapete, il processo evolutivo che è passato dal modo di pensare che presupponeva una vittima al modo di pensare scientifico, in questo ambito è relativamente recente e sembra che stia ancora producendo dei concreti risultati.
Come l’aveva promesso Gesù, al disgregarsi del meccanismo vittimistico, lo Spirito Santo sta mostrando tutta la verità e ci sta rendendo liberi. Adesso abbiamo più chiaro il concetto che il fatto di essere gay o lesbica è una variante minoritaria, non patologica, che regolarmente si verifica nella condizione umana e stiamo iniziando a percepire che ci sono modi adeguati di vivere bene in tale condizione, per esempio che ci sia concesso di vivere onestamente e di gestire apertamente l’umanizzazione del desiderio nelle relazioni con altre persone similari.
E sempre più spesso reagiamo istintivamente contro quelli che si aggrappano ai residuati del vecchio pensiero moralista, che insistono nell’affermare l’esistenza di qualcosa di patologico che invece non esiste, perché siamo consapevoli che questa etichetta di patologico fa parte di un falso modello vittimologico.
In definitiva consideriamo che l’insegnamento tradizionale della Chiesa, mascherato da cattolicesimo oppure da protestantesimo, in questo campo non sia convincente, non perché noi siamo particolarmente ribelli o infedeli, ma perché la forma cristiana di verità si sta imponendo, e sotto la sua luce, sia le caratterizzazioni ufficiali di come sono le persone gay e lesbiche, sia i modelli ufficiali di comportamento nei loro confronti, non si dimostrano né cristiani né corretti.

Bene, questo è parte della storia. E’ la storia di come molti di noi, personalmente, ci troviamo trascinati avanti da una marea che non abbiamo creato noi, risalendo onde che qualcuno ha fortunatamente agitato per noi.
Riferendomi alla scena con la quale ho iniziato a proposito del mio quartiere, questa marea è ciò che credo sia alla base del grande cambiamento sociale che ha trasformato qualcosa che in un certo modo era impossibile in qualcosa di normale.
E naturalmente in molti, se non la maggior parte di noi, cavalchiamo con indifferenza l’onda di questa straordinaria benedizione, inconsapevoli di ciò che essa ha reso possibile proprio grazie al fatto che altri hanno occupato e sopportato il posto della vergogna, risanandolo con la loro pazienza, la loro moderazione  e la loro perseveranza.

Ma essere cattolico non significa soltanto gioire di ciò che qualcuno ha fatto per noi (benché ciò sia il significato principale di questa gioia riconoscente). Significa farsi amico, conformarsi al cuore di chi ha fatto ciò per noi, facendo “per gli altri ciò che Egli ha fatto per noi” (Gv 15, 12-14).
Questo significa anche, e inevitabilmente, visto che non c’è fede cattolica senza di esso, un ampio amore per i poveri e i bisognosi. E questo mi riporta indietro all’altra metà della scena del mio quartiere. L’entusiasmo e l’emozione di nuove possibilità produce anche un pericoloso mondo di vite senza limiti.
Un mondo di vite in cui è evidente che nostro Signore si compiace di farsi presente, e che tuttavia rappresenta un mondo di impossibilità per le nostre autorità ecclesiali. Come si può allora contribuire a dare impulso a ciò che la struttura ecclesiastica stessa sostiene che non dovrebbe esistere veramente?

Secondo me è questa la sfida, per la quale non ho ancora una chiara risposta. Data l’impossibilità di una sana partecipazione in questa realtà, dal punto di vista della struttura ecclesiastica ufficiale, quale sarà la mia parte di responsabilità nel contribuire all’emergere del segno ecclesiale della presenza di Cristo? Un segno ecclesiale che spero un giorno la corazza ecclesiastica sia capace di riconoscere realmente come parte di quello che è.
Permettetemi di fare qualche precisazione, visto che per me è una questione personale, come spero che sia per voi che state iniziando la vostra vita come cattolici LGBTQ, e grazie ai gesuiti, nel senso dell’importanza del servizio amorevole per i più vulnerabili e bisognosi.

Ciò che personalmente mi coinvolge è che, mentre più passo il tempo nella realtà che vi ho descritto, più provo gioia e mi piace la gente con la quale vivo; mi sento più commosso e costernato per quello che essi devono sopportare; provo vergogna per la facilità con cui fraintendo i loro bisogni e per quanto poco posso fare per ciascuno di essi; mi sento sinceramente più coinvolto per il modo in cui sono responsabile come cattolico di fronte all’impossibilità, in un territorio ecclesiastico morto. In sintesi, sembra che Dio mi abbia offerto un cuore, una cosa terribile, dato che i cuori possono crescere solo quando si spezzano.
E Dio concede in dono questi cuori soltanto come inizio di cose più grandi che Egli intende compiere. E tuttavia, qual’è la forma concreta del segno che mi è stato chiesto di far sorgere, che ci è stato chiesto di far sorgere?
Certo, ci sono specifici elementi di esso per la mia città e il mio quartiere. Tuttavia non posso far a meno di pensare che anche nella maggior parte delle principali città, per non dire in tutte (per esempio a Washington, in Messico, a Guadalajara o a Monterrey), è presente una simile confluenza di realtà diverse: persone omosessuali sempre più felici, sane, produttive, che si accettano, e insieme ad esse tutti i rifiuti della vita urbana moderna.

Come può un cattolico, che per effetto del battesimo è un sacerdote, indipendentemente dal fatto che sia stato formalmente ordinato presbitero oppure no, e indipendentemente dal suo genere, adempiere al mandato del Signore “Pasci le mie pocorelle”? o “come può onorare la memoria e l’anelito sacerdotale di “condurre la moltitudine festante agli atrii del Signore”?
Dato che niente è impossibile a Dio, e infatti uno dei segni sicuri della presenza di Dio è l’annullamento dell’impossibilità, il rendere gradatamente vivibile, respirabile e giusto ciò che sembrava soffocato, legato e predestinato, in che modo Dio ci toglierà dall’impossibilità ecclesiastica e ci spingerà alla creazione del segno ecclesiale?

Mi riferisco certamente a cose come l’andare oltre il semplice ricevere la copertura sociale di accettabilità, una volta che i nostri diritti civili e gli accordi matrimoniali siano pienamente rispettati, per poter sfornare una ricca torta cattolica che supporti questa copertura. E tra gli ingredienti di questa ricca torta, scoprire il nostro talento per sviluppare forme di preparazione al matrimonio e tutta una sana cultura per comprendere e supportare diversi modelli di relazioni dello stesso sesso, insieme alle nuove appropriate formule liturgiche, che ci permettano di benedire Dio per averci benedetto con quel dono che è la testimonianza di amore che ci mostrano le coppie omosessuali in mezzo a noi.
Ma ancor più che a quello, mi riferisco a gruppi di noi, con qualche tipo di vita in comune e di preghiera in comune, che sono capaci di creare modelli supportati dalla generosità per quelli che possono essere aiutati a entrare nell’ambito educativo, in corsi di formazione professionale, per quelli che possono essere aiutati ad uscire dalla tossicodipendenza, per quelli i cui talenti possono essere liberati dal cumulo di scorie di odio di sé che li ricopre.
Come potremo, uniti insieme,  realizzare “parrocchia” nei nostri diversi luoghi senza minimamente preoccuparci dell’evidente collasso di una certa struttura ecclesiastica attorno a noi? Riusciremo a creare delle comunità in cui poter osare immaginare cosa potrebbe essere buono e piacevole per le nostre sorelle e i nostri fratelli, nonostante la nostra immaginazione sia stata così spesso paralizzata dall’impossibilità? Stiamo veramente iniziando a creare il tipo di valori famigliari che danno vera gloria a Dio?
Stiamo ricevendo la benedizione. Ora, come rendiamo possibile a Colui che ci ha benedetto spingerci alla creazione del segno ecclesiale? Quando due o tre persone sono riunite, e chiedono questo nel Suo nome, Egli certamente lo farà.
James Alison (nato nel 1959) è teologo, autore e sacerdote cattolico. Ha studiato, vissuto e lavorato in Messico, Brasile, Bolivia, Cile e Stati Uniti, come anche nella sua nativa Inghilterra. E’ dottore in teologia per la facoltà dei Gesuiti di Belo Horizonte, Brasile. Dei suoi sette libri, tre esistono in spagnolo: Conocer a Jesús (Secretariado Trinitario, Salamanca, 1994); El retorno de Abel (Herder, Barcelona ,1999); e Una fe más allá del resentimiento: fragmentos católicos en clave gay (Herder, Barcelona, 2003). Alcuni dei suoi scritti più recenti, in varie lingue, come anche una presentazione in video della sua persona, si trovano in http://www.jamesalison.co.uk

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Testo originale: De la imposibilidad a la responsabilidad: apuntes para una pastoral católica gay

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