Viaggio in Cile nella pastorale cattolica della diversità sessuale

Articolo di Sofia Village pubblicato sulla rivista Paula (Cile) l’8 Maggio 2013, liberamente tradotto da Marco Galvagno del Progetto Gionata
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Due anni fa (ndr in Cile) un gruppo di gay e lesbiche cattolici e le loro famiglie hanno iniziato ad incontrarsi ogni quindici giorni per riflettere sulla fede e omosessualità.
Lo hanno fatto sotto la guida di tre sacerdoti che li hanno accompagnati aiutandoli ad accettare se stessi così come Dio li ha fatti senza rinunciare alla propria sessualità o essere costretti a lasciare la Chiesa cattolica. “Signore, se mi ami così tanto, perché lasci che questo accada a me? Per favore salvami. Ti prego fammi uscire da questo dramma”.
Da 15 anni e fino all’età di 35 Alberto Alemparte (41 anni) pregava ogni notte affinché cessasse di essere omosessuale. Venti anni di preghiere avevano come unico scopo per lui che Dio lo salvasse. 7.300 giaculatorie per sbarazzarsi del suo destino.

Alemparte è un ex studente del Colegio San Ignacio ed è un uomo di fede che soffriva perché, pensava, che Dio gli avesse dato il “difetto” di essere attratti da uomini. Perché per lui l’omosessualità era sinonimo di peccato, di prostituzione e di promiscuità, idee che, pur non essendogli mai pronunciate nella sua scuola, aveva sentito da alcune autorità ecclesiastiche della sua chiesa.
Questo lo ha portato a passare dal Dio che ama a quello che castiga. Un Dio che lo avrebbe bruciato all’inferno perché desiderava amare un altro uomo. “Fino a 35 anni ho vissuto la mia omosessualità oppresso da un orribile senso di colpa. L’ho nascosta, rifiutata, dissimulata. E ho deciso di auto-esiliarmi dalla Chiesa. Ma non ho mai perso la mia fede, né la voglia di viverla in comunità”.

Nel 2007, dopo anni di lotta contro i fantasmi della colpa Alemparte ha deciso di parlare di fede e di spiritualità senza nascondere il suo stato e di condividere i suoi problemi e le sue inquietudini con un gruppo di gay cattolici che s’incontrano una volta alla settimana.
Egli ricorda che “l’esperienza di fede per chi è omosessuale è differente e complicata, poiché il profondo amore per Dio è accompagnato  contemporaneamente da un cammino doloroso, perché nel mondo cattolico l’omosessualità non sempre è accettata. Condividere le storie di vita e l’esperienza di fede in gruppo di cattolici LGBT aiuta a vivere la religione in una comunità che è parte messaggio della Chiesa Cattolica. Questo ha riempito il mio vuoto”.

Afferma Mauricio Martinez: “chiedo solo che la mia esperienza di fede e la mia identità venga rispettata”, “Oggi mi sento un pò come gli Selknam (ndr Nativi Americani dell’America meridionale,  ormai estinti), quando alcuni di loro furono portati in Europa e messi in mostra per tutto il mondo. ‘Così si sentono i cattolici gay, come se fossimo considerati come dei marziani”.

A questo gruppo di cattolici omosessuali è arrivato Ignacio (il suo nome è stato cambiato su sua richiesta), che ha 28 anni ed è un ex studente del Colegio San Ignacio e un attivo partecipante della Comunidad de Vida Cristiana (CVX), un’associazione laica internazionale basata sulla spiritualità ignaziana e formalmente riconosciuto dalla Chiesa cattolica e strettamente legata alla Compagnia di Gesù.
Ignacio era rimasto sorpreso dal supporto che Alemparte aveva trovato nel gruppo e così ha deciso di parlare con il sacerdote gesuita Pedro Labrin (47 anni), Consigliere Nazionale Ecclesiastico della Comunidad de Vida Cristiana (CVX) del Cile, che per più di venti anni ha lavorato con i giovani cattolici.

Racconta Ignacio “Ho chiesto a don Pedro se mai nelle messe della Comunidad de Vida Cristiana (CVX) un prete gesuita aveva aveva fatto dei discorsi di esclusione verso gli omosessuali, quando mi ha risposto di no gli ho confessato che ero gay e che stava partecipando a un gruppo di cattolici gay e gli ho chiesto se potevamo creare uno spazio nella Comunidad de Vida Cristiana (CVX) per affrontare questioni temi”.
“Come gay cattolici siamo una minoranza dentro una minoranza. Parte importante nell’accettare di avere un orientamento sessuale diverso da quello della maggioranza e di fare di questa cosa un pilastro della propria identità. Perché ci come ci sentiamo attratti da persone del nostro sesso, al contempo viviamo esperienze di fede.
Potrei uscire dalla chiesa e demonizzarla, ma la chiesa fa parte della mia storia, per quello ho creduto che questo fosse uno spazio che andava conquistato dal di dentro”.

Padre Labrin ha accettato (l’invito di Ignacio): “Sono cresciuto in un’epoca in cui l’omosessualità veniva nascosta. Però l’esperienza di essere prete mi ha permesso di conoscere molti giovani  e di rendermi conto della mia cecità. E’ stato anche un percorso per giungere ad abbandonare i miei pregiudizi”.
L’accordo iniziale  è stato quello di organizzare tre riunioni preliminari convocando persone conosciute e vedere cosa sarebbe successo. La prima, realizzata  alla fine del 2010, ha riunito 15 persone, la seconda 25, la terza più di 30. Alla fine della terza giornata siamo arrivati a un accordo: il percorso doveva continuare.
E’ stato così che è nata la Pastoral de la Diversidad Sexual (pastorale della diversità sessuale), il primo gruppo cileno di gays e lesbiche sotto l’ala  di una comunità laica, riconosciuta, però dalla chiesa cattolica.
Il gruppo di religiosi e laici che oggi si fanno carico dei gruppi per la pastorale della diversità sessuale sono padre Pedro Larbin, responsabile ecclesiastico nazionale del Cile e Soledad Urraga che accompagna il gruppo dei genitori. Suor Maria Eugenia Valdes, l’accompagnatrice del gruppo Pilar Segovia e padre Pablo Romero.
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Chiedere perdono

Sabato negli uffici della Comunidad de Vida Cristiana (CVX) a Providencia si riunisce  la pastorale della diversità sessuale, una rete di 75 persone che assistono regolarmente, o occasionalmente, alle attività del gruppo; 25 di loro non si perdono nessuna riunione e sono in varie fasi d’accettazione.
Tutti sono gay o lesbiche, uomini e donne, giovani, vecchi, coppie e single, cattolici e protestanti e hanno un maggiore o minor grado di quella che chiamano esperienza di fede, qualcosa che per un non credente vuol dire credere in Dio in una prospettiva cristiana.
Per la maggioranza si tratta di professionisti, ex alunni delle scuole cattoliche come la scuola Maria Ausiliatrice di Santiago, Il Sant’Ignazio, il San Giorgio, Manqueque e Verbo Divino.

Racconta suor Maria Eugenia Valdes, cordinatrice del collegio del Sacro Cuore delle suore inglesi, detto Quema, che “Questo è uno spazio d’incontro dove tutti sono accolti senza dover nascondere né la propria identità, né il proprio orientamento sessuale.
L’accettazione non passa dal pensare che hanno una specie di diavolo dentro, bensì dall’apprendimento e dalla valorizzazione di ciò che provano e dalla scoperta che sono un dono, sia per la chiesa che per la società.
Lei insieme a padre Pedro Labrin e Pablo Romero sono le guide spirituali di questa comunità in cammino: “La dignità di essere figli di Dio la possediamo tutti, io come religiosa  mi sento invitata all’accompagnamento  pastorale in modo che nessuno si senta escluso, né  per la propria condizione sociale, ne per la sua etnia , ne per il suo orientamento sessuale”.

L’esperienza della pastorale della diversità sessuale ha permesso l’anno scorso a padre Pedro Labrin e a suor Quema  Valdes di essere protagonisti della campagna “Todo mejora” un’iniziativa che cerca di prevenire i suicidi tra gli adolescenti gay e lesbiche e il bullismo omofobico con un video on line in cui fanno appello ai giovani gay ad accettarsi per quello che sono e  riconoscersi come figli di Dio.
I religiosi assicurano che una parte importante del conflitto interiore che osservano nei processi di autoaccettazione dei membri del gruppo ha che vedere con la presunta contraddizione tra vivere la fede e il sentirsi attratti da persone del proprio sesso.
Commenta padre Pedro Labrin: “il dolore che percepiamo molte volte ha a che vedere con la nostra incapacità come chiesa di parlare con le persone. Sono stato testimone dei racconti di persone che erano catechisti e che non hanno potuto continuare ad esserlo, o di ministri straordinari dell’eucarestia ai quali è stato proibito di continuare, dopo che hanno confessato di essere gay o lesbiche.
Aggiunge padre Pablo Romero: “Gran parte queste persone si sentono ferite dall’atteggiamento della chiesa. Allora questo è un cammino di riconciliazione e riconoscimento in cui molte volte come religiosi abbiamo dovuto chiedere scusa”.
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La voce delle gerarchie.

La posizione ufficiale della chiesa cattolica rispetto all’omosessualità viene spiegata nel Catechismo, un insieme di norme intese come l’interpretazione del Vangelo (che viene considerato parola di Dio, in epoca contemporanea).
La sua ultima versione è quella del 1997 pubblicata sotto il pontificato di papa Woityla dall’allora cardinale Ratzinger, poi   divenuto papa Benedetto XVI, indica l’omosessualità “come una condizione” e afferma che gli omosessuali “devono essere accolti con rispetto, compassione e delicatezza”. Si stabilisce che “si eviterà ogni forma d’ingiusta discriminazione nei loro confronti” (n.2358), ma ribadisce chiaramente che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati (Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Persona humana, 8: AAS 68, anno 1976, 85).
“Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati. (n 2357).
Pertanto le persone omosessuali sono chiamate alla castità. “Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana” (n.2359).

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Il gruppo della Pastoral de la Diversidad (della pastorale della diversità sessuale) promuove la castità per le persone omosessuali?

Padre Pedro Labrin risponde che “prima di tutto bisogna sottolineare che la castità è un valore che la chiesa invita a vivere sia per le persone omosessuali, che eterosessuali.
A volte concepiamo male la parola castità e la omologhiamo al celibato che è il non esercizio della genitalità. La castità è un valore per entrambi i coniugi come  eterosessuali, le persone qualunque sia la loro situazione sono chiamate a vivere amando radicalmente senza un cuore diviso.
Nel gruppo non disconosciamo la dottrina della chiesa la proponiamo, però capiamo anche che una cosa è l’orizzonte e un’altro è il modo in cui è possibile viverla”.

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Cioè voi  prescrivete ai membri  del gruppo di non avere rapporti sessuali?

Non è una cosa che non ci compete, né come requisito per entrarvi, né per permanervi, le cose non vengono formulate così. Mauricio Martines, membro del gruppo giornalista di 36 anni: “A me sembra molto importante che all’interno del messaggio cristiano esista la possibilità del dissenso, se non ci fosse la chiesa sarebbe una setta nella quale dobbiamo ubbidire ai capi, punto e basta. Io credo che una istituzione sia qualcosa di culturale e che quindi debba evolversi nel corso del tempo, per questo dò valore a questo movimento, perché è un vettore di cambiamento dentro la chiesa”.
Molti membri del gruppo hanno vissuto storie di rifiuto e stigmatizzazione da parte di altri gruppi o comunità religiose in cui hanno fatto parte prima…

Ines, 34 anni geologa membro del gruppo da un anno, che ha preferito non svelarci il suo cognome, ci racconta che mentre frequentava l’università cattolica e la parrocchia del Bosque decise di raccontare al proprio direttore spirituale, durante una confessione, che era lesbica.
Egli la invitò alla castità e la spinse ad andare da una psicologa che la sottopose a una serie di esercizi destinati a modificare il suo orientamento sessuale. “In quel momento ho vissuto una scissione interiore molto forte e ho fatto dei discorsi omofobi. Ho iniziato a vedere l’omosessualità come un disordine ripugnante”.
Ricorda che durante “la terapia mi ordinarono d’uscire con gli uomini e di lasciarmi corteggiare da loro.
Però io stavo malissimo: da quando avevo sei anni sapevo che mi piacevano le donne. Allora dover accettare gli inviti degli uomini provocava in me una grande angoscia. Per molti anni ho vissuto la mia omosessualità in maniera tormentata, pensando di essere malata e che ci fosse in me qualcosa di profondamente sbagliato.
Nel 2012 preoccupato per la mia ansia un amico mi parlò della pastorale della diversità sessuale.
All’inizio mi dava ai nervi che questa comunità fosse seguita dai gesuiti, che per l’ambiente dal quale provenivo venivano reputati troppo progressisti, però qui ho incontrato un’accoglienza che per molti anni mi è stata negata.
“Adesso ho capito”, sostiene Ines, “che in me non c’è niente di malato o sbagliato dato che sono stata creata e voluta da Dio”.

Sebastiano (33 anni), ingegnere civile ed ex alunno del Collegio San Giorgio puntualizza: “Mi fa male ogni volta che un cattolico mi racconta la sua storia in questi termini, prima ero molto religioso, ma adesso no, perché la chiesa mi ha respinto. Limitare i nostri rapporti solo agli atti sessuali è un tremendo errore. Sono sicuro che in futuro  i cattolici riconosceranno l’apporto di amore grande che anche noi gay possiamo dare alla società e alla costruzione della famiglia”.

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L’accoglienza

La riunione del sabato (del gruppo) si divide in quattro fasi: inizialmente uno degli assistenti presenta i partecipanti e racconta chi sono. In molti casi il gruppo ha accompagnato le varie tappe del coming out, per cui molti si impegnano da una riunione all’altra a svelare il proprio orientamento sessuale alle proprie madri o ai loro migliori amici, poi insieme fanno una prima preghiera legata al tema che verrà trattato ad esempio: la paura della solitudine o il non poter costruire una famiglia o la difficoltà di fare parte di un’istituzione che si dice apertamente contraria agli omosessuali.
In seguito si trova materiale che stimoli la riflessione preso da brani del Vangelo, articoli di giornale, libri o video. Finalmente dopo venti minuti di riflessione personale ci si divide in due gruppi per uno scambio d’idee, i moderatori del dibattito sono padre Pedro, padre Pablo e suor Quema.

Riflette padre Pedro Labrin, gesuita: “L’appartenenza alla chiesa è un regalo che si trasmette tramite il sacramento del Battesimo. Alla chiesa non si appartiene per avere sottoscritto il regolamento di un club, ne si perde o si guadagna la condizione di credenti grazie ai propri meriti”. Spiega padre Pablo Romero che: “La chiesa e il Vangelo sono realtà molto più ricche e profonde che un insieme di norme e precetti da seguire.
Di fatto il nucleo, il cuore della chiesa e del Vangelo sono offerte di senso, di amore e di pienezza. E’ una sfida per la chiesa collocarsi in maniera diversa, non solo minacciando coloro che la pensano diversamente da ciò che è stato tramandato nel corso dei secoli, ma scoprendo anche nella cultura attuale nuove luci, nuovi sguardi e nuove ricchezze che prima non stavamo osservando”.

La pastorale della diversità sessuale ha celebrato in novembre una messa di chiusura dell’attività dell’anno presieduta da Eugenio Valenzuela, padre provinciale dei gesuiti in Cile. Vi erano uomini e donne omosessuali, molti dei quali insieme ai loro compagni o compagne e ai loro genitori ed hanno vissuto l’esperienza di essere gay e cattolici celebrando l’eucarestia.

“Vedere come i pastori condividono con te e confermano ciò che uno vive è una cosa amata da Dio, ha un effetto riparatore molto importante. Molte volte nel mondo laico dire che uno è cattolico è come tornare  a fare coming out.
Ti guardano come se fossi una bestia rara. Allora è confortante sentire che nonostante i discorsi del magistero che ti obbligano a rinunciare ad una parte della tua umanità, cioè alla sessualità, esistono spazi come questo nel quale uno può  manifestare il proprio orientamento sessuale e viverlo pienamente”, afferma Ignacio.

La doppia discriminazione, essere messi in discussione per il fatto di essere gay dai conservatori e criticati per il fatto di essere cattolici dai progressisti, è un tema che irrita molti. “Io chiedo solo che si rispetti la mia esperienza di fede e la mia identità di gay” afferma Mauricio Martinez. “Oggi  mi sento un po come i selvaggi che all’inizio del ventesimo secolo vennero portati in Europa e mostrati nelle esposizioni universali”. Ecco qua: questi sono gli omosessuali cristiani, neanche fossimo marziani”.

Il parroco Pedro Labrin aggiunge: “mi sembra un’ingiustizia che chiediamo alle persone sessualmente diverse che diano prove di purezza, che dimostrino che non sono depravate o superficiali, mentre agli eterosessuali non si chiedono mai le stesse cose.
L’obiettivo di questo gruppo è quello di offrire uno spazio che è necessario alla Chiesa, dove gli omosessuali possono essere riconosciuti come cristiani, senza che nulla della loro vita resti fuori.
In altre circostanze  un omosessuale può andare a  messa, ma deve occultare la propria condizione. In questo  gruppo in cambio uno può andare a messa con così come si è e pregare insieme agli altri. E’ uno spazio aperto e siamo in dialogo costante con i Vescovi con i quali abbiamo potuto conversare e confrontarci sulla pastorale”.

“Non agiamo parallelamente alla chiesa, agiamo dentro la chiesa”, aggiunge suor Maria Eugenia Valdes, “perchè anche noi siamo profondamente chiesa. Non siamo nascosti, ne siamo ladri. Siamo stati incaricati di una missione e ci siamo messi a compierla in dialogo”.
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Cosa ci guadagna la chiesa cattolica con la pastorale della diversità sessuale?

Risponde padre Labrin: ” Il contatto con queste realtà ci avvicina  a quello che ha espresso recentemente papa Francesco invitando noi cristiani a preoccuparci di salvare più le persone che le idee.
Come chiesa storicamente siamo stati molto bravi a difendere le idee, però non altrettanto bravi nell’amare e a essere fedeli alle persone. Non v’è alcun dubbio che se Gesù fosse qui ora sarebbe al fianco delle persone sessualmente diverse.

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Riunione per genitori con figli omosessuali

Da un anno dentro la pastorale della diversità sessuale funziona  un gruppo di genitori con figli omosessuali. Si riuniscono tutti i martedì con lo scopo di condividere esperienze e imparare a conoscere il mondo gay.  Ricevono l’appoggio  di due laiche che sono accompagnatrici della comunità: Pilar Segovia e Soledad Undurraga, e l’aiuto di specialisti come la psicologa Maria Isabel Gonzales, pioniera in Cile nell’aiutare i genitori con figli gay.
“Ci siamo resi  conto che esistono molti miti e stigmatizzazioni su questo tema, per cui è fondamentale che si educhino le famiglie al rispetto dell’omosessualità. E’ l’informazione che ci rende liberi”, afferma Soledad.
La risposta da parte dei genitori è stata molto positiva e c’è stato chi ha insistito per fare conoscere le attività del gruppo alle gerarchie della chiesa mandando una lettera ufficiale a monsignor Ignacio Ducasse, segretario generale della conferenza episcopale cilena.
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Testo originale: La pastoral de la diversidad sexual

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