L’esperienza cilena di una pastorale cattolica per l’accoglienza di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali

Documento della Pastorale de la Diversidad sessuale CVX de Chile (Santiago del Cile), 14 settembre 2014, liberamente tradotto da Dino
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Cari padri e care madri del Sinodo Straordinario della Famiglia. Cari amici e care amiche in Cristo, la Pastorale della Diversità Sessuale (PADIS+) è nata all’interno della Comunità di Vita Cristiana (CVX) di Santiago alla fine dell’anno 2010 come risposta alla richiesta di accompagnamento e accoglienza nella fede espressa da gay, lesbiche e bisessuali di varia età e provenienti da diverse esperienze, alcuni dei quali erano già membri della Comunità stessa. Fin dal suo nascere abbiamo fermamente creduto che questa Pastorale sia stata una risposta fedele e coerente all’azione dello Spirito, così come alla Buona Novella annunciata da Gesù Cristo.

In seguito, è sorta la necessità di delineare un analogo spazio di accoglienza per padri e madri di lesbiche, gay, bisessuali, e questa iniziativa si è realizzata a metà dell’anno 2012. L’intuizione iniziale è stata simile a quella sperimentata all’inizio nel gruppo LGB: anche i padri e le madri hanno bisogno di rincontrarsi con la Chiesa, unirsi tra loro, ascoltarsi e camminare insieme nel processo di riconoscimento dell’orientamento sessuale dei propri figli e figlie. Attualmente il gruppo è costituito da circa 80 persone gay, lesbiche e bisessuali e da una cinquantina di padri e madri di diverse tradizioni spirituali della Chiesa cattolica. Ci sono inoltre due gesuiti, una religiosa del Sacro Cuore di Gesù (RSCG) e una laica di CVX che accompagnano la pastorale.

PADIS+ è nata quindi nel contesto di una comunità cristiana particolare, che ha saputo dare una risposta affermativa ad una concreta necessità di incontro e di accoglienza, seguita da un graduale processo di sensibilizzazione e di apertura all’interno di essa, che ha fatto propri le nostre lotte e i nostri desideri di una Chiesa inclusiva, in uno sviluppo che molti e molte riconoscono come un cammino di conversione verso una maggior fedeltà al Vangelo.

Con voi – riuniti per discernere in che modo oggi si concretizza l’evangelizzazione delle famiglie e per mezzo di esse – vorremmo condividere rispettosamente, nella carità e nella speranza che ci uniscono in nostro Signore, alcune riflessioni nate dalla nostra esperienza pastorale, di rincontro con la Chiesa e di crescita nell’entrare in sintonia con essa, dalla nostra identità come omosessuali, dal nostro servizio come accompagnatori e dalla nostra esperienza come madri e padri. Questo messaggio, anche per voi, è occasione per ringraziare il cambiamento di linguaggio che percepiamo nell’Instrumentum Laboris, con cui la Chiesa ha voluto dare inizio alle sue riflessioni su questo argomento. Ci auguriamo che il nostro contributo sincero e testimoniale sia di aiuto al vostro lavoro, per una maggior visibilità dell’Amore di Cristo e del Suo Regno.

Fraternamente in Cristo,

il Consiglio PADIS+

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Approccio ad una pastorale di accoglienza per persone omosessuali, lesbiche, bisessuali e transessuali

Queste riflessioni nascono dal nostro procedere come pastorale, dalle nostre esperienze e dal nostro contesto, inserito nella Chiesa latinoamericana in Cile. Scriviamo mossi da una profonda gratitudine per quanto abbiamo ricevuto, nella nostra vita come cristiani e cristiane cattolici. Condividiamo con voi le nostre riflessioni, convinti che tutti e tutte camminiamo insieme testimoniando “la grande speranza che abbiamo ricevuto”, e che è quella che ci unisce, pur essendoci tra noi delle differenze.

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1. Accoglienza, cura e dialogo nelle comunità della Chiesa e con la sua gerarchia

Le nostre esperienze personali con la Chiesa sono storie che da un lato esprimono un profondo desiderio di accoglienza e dall’altro, esperienze di allontanamento, dolore e rifiuto. Grazie a PADIS+ e con l’aiuto dei nostri accompagnatori, persone specifiche e singole comunità dell’ambiente a noi vicino, abbiamo potuto sperimentare un timido rincontro con la “istituzione”, un rincontro che per la maggior parte di noi ha il bisogno di guarire antiche ferite e dolori.

Con queste premesse, la nostra appartenenza ecclesiale, con l’appoggio di CVX Cile, costituisce per molti e molte di noi un ponte che ci tiene uniti alla Chiesa locale e universale, un segno di speranza e di accettazione. Abbiamo bisogno di gesti e azioni concrete da parte di rappresentanti della Chiesa che, ispirati dal Vangelo e dallo Spirito, ci aiutino ad elaborare le nostre frustrazioni e i nostri dolori, e reagiscano contro la violenza e la discriminazione di cui siamo fatti oggetto. In questo senso ci ha profondamente addolorati il fatto che la Santa Sede nel 2011 abbia rifiutato di sottoscrivere un testo presentato all’ONU che riguardava la depenalizzazione universale dell’omosessualità. Ci ha addolorato perché conosciamo quali sono le conseguenze che comporta per noi e per i nostri fratelli questa apparente legittimazione dell’omofobia.

Nel nostro processo di ricongiungimento alla Chiesa, sono vari gli elementi che sono stati di aiuto e continuano ad esserlo. Nel nostro cammino come pastorale possiamo distinguere i seguenti risultati:

– Le esposizioni precise delle nostre storie con Dio e il nostro incontro personale con Gesù ci hanno aiutato a condividere ciò che abbiamo vissuto: la Pastorale ha permesso che si possa parlare con libertà e facendo chiarezza e che, grazie a questo, siano altre le storie disponibili, altri gli apprezzamenti e i giudizi riguardo a noi stessi e alla nostra identità come cattolici e cattoliche. Avvertiamo che per molte persone risulta più facile l’accettazione e il rispetto nei nostri confronti quando ci conoscono personalmente e possono confrontare i loro pregiudizi e le loro concezioni con le nostre storie e la nostra testimonianza di fede. Per questa e per altre ragioni abbiamo deciso di presenziare alla conferenza “Le strade dell’amore” che si terrà a Roma il 3 ottobre 2014. Se la nostra testimonianza può contribuire a fare della Chiesa e della società un luogo rispettoso e più umano, lo sforzo e la motivazione saranno serviti a qualcosa.

– Il condividere comunitariamente con altre persone omosessuali, lesbiche e bisessuali ci ha consentito un rincontro con le nostre radici e le nostre storie di fede. Abbiamo riesaminato le nostre immagini di Dio e della Chiesa, ereditate dalle nostre famiglie e parrocchie di origine, ed abbiamo imparato a prendere le distanze da tutto ciò che ha contribuito ad allontanarci da Dio e dalla Chiesa, e che ha fatto sì che provassimo dolore e sensi di colpa. Riflettere su queste esperienze ci ha aiutato a rafforzare le nostre convinzioni in un Dio di amore incondizionato e a comprovare nella pratica che una Chiesa che è immagine di questo amore è possibile, riconoscendo l’azione di Dio e dello Spirito nella vita di ciascuno, nei suoi progetti e nei suoi desideri. Allo stesso tempo la Pastorale ha accolto la nostra frustrazione e le nostre resistenze, il danno e la violenza di cui alcuni sono stati oggetto, ogni volta che si utilizza la religione come giustificativo per discriminare, escludere ed attaccare chi è diverso per via del suo orientamento sessuale. Il nostro inserimento nella comunità che ci accoglie, ci ha permesso di sentire la vicinanza e il sostegno di coloro che oggi difendono la nostra partecipazione attiva nella Chiesa.

– Organizzandoci come laici e laiche abbiamo potuto appropriarci dei concetti espressi dal Concilio Vaticano II riguardo alla dignità che spetta a tutti i battezzati, e la responsabilità che tutti abbiamo nel far crescere sempre più il corpo di Cristo sulla Terra. Abbiamo cioè accolto la chiamata a costituirci come un gruppo di laici che si gestisce e si organizza collaborando con i sacerdoti e i religiosi come compagni di un cammino tracciato per noi.

– Questo spazio di partecipazione nella Chiesa è ancor più importante se consideriamo che molte volte siamo stati “doppiamente discriminati” da altre persone della diversità sessuale a causa della nostra identità cattolica. In molte organizzazioni LGBT si fatica a capire perché vogliamo “rimanere dove ci discriminano”.

– I nostri accompagnatori, religiosi e laici, possono comprendere come attuare l’accompagnamento e l’accoglienza grazie all’ascolto delle necessità e dei desideri dell’altro; si evita qualsiasi imposizione e tentativo di sottomettere gli altri ai nostri propri ideali, nonostante si inviti ad indirizzare la vita verso una maggior stabilità, sincerità, trasparenza e una profonda comprensione di saperci creati e amati da un Dio di amore; inoltre l’accompagnamento rispetta il ritmo e il processo di sviluppo della persona e del gruppo (“tempo, luogo e persona”), impegnandosi reciprocamente nell’azione pastorale.

– Nonostante la nostra storia e le esperienze personali, abbiamo gradualmente compreso quale dev’essere il nostro approccio per indirizzare il modo in cui la Chiesa si avvicina alla nostra realtà, cercando il dialogo e gli spazi per condividere la nostra testimonianza col clero e con i vescovi. Non c’è ancora una fiducia molto salda, ma con ogni conversazione sentiamo che stiamo crescendo. Siamo ottimisti perché fino ad ora ogni volta abbiamo avuto maggiori conferme che la strada del dialogo e della conoscenza apre nella Chiesa nuovi spazi all’accoglienza e alla comprensione.

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2. Omofobia e dolore

Veniamo da una terra dove la discriminazione nei confronti di ciò che è “diverso” è parte integrante della sua stessa natura. Lo possiamo vedere e riconoscere riguardo alle donne, alle popolazioni indigene, agli immigrati (specialmente a quelli di origine africana o indigena) e in modo particolare a chi è povero, socialmente, culturalmente ed economicamente.
Riguardo alla diversità sessuale, negli ultimi anni il Cile ha dimostrato una considerevole apertura. Di recente, nel 1998, vengono depenalizzate le relazioni omosessuali, consentite tra adulti. Oggi il paese aspetta l’approvazione da parte del Congresso di un progetto di unione civile tra coppie eterosessuali ed omosessuali che consentirà di garantire maggior protezione giuridica alle loro questioni patrimoniali, tributarie, ereditarie e, eventualmente, famigliari. Inoltre si discute una legge sull’identità di genere che mira ad agevolare servizi sanitari, protezione e riconoscimento legale alle persone transessuali.

Ciò nonostante possiamo vedere che nel nostro paese, durante il periodo degli anni 2012 e 2013, due giovani omosessuali sono stati brutalmente picchiati con conseguenze mortali. E senza contare i casi di nostri fratelli e nostre sorelle che vengono violentati e discriminati a causa del loro orientamento sessuale o identità di genere e che non fanno notizia. E anche se ne veniamo a conoscenza, torniamo rapidamente alla nostra routine senza indignarci più di tanto.

In ambito ecclesiale, avvertiamo in generale un atteggiamento simile a quello che si osserva nella nostra società, possiamo cioè notare un discreto progresso in questo campo, va segnalata positivamente la dichiarazione di un vescovo della Conferenza Episcopale Cilena, che ha condannato energicamente l’omofobia come espressione di un atteggiamento che non è coerente nè col Vangelo nè con la persona di Gesù Cristo. Nonostante ciò, ci sono anche segnali contrari provenienti dall’ambiente laico, dal clero e dai vescovi cileni, che mantengono nelle loro parole e nelle azioni la condanna della concreta e piena realizzazione della nostra sessualità come espressione di amore verso un’altra persona.

Nel nostro paese c’è una grande discriminazione culturale e sociale che il sistema educativo mantiene in essere e amplifica. Le scuole private cattoliche, dove vengono formati gran parte dei figli e delle figlie della élite cilena, che poi sono quelli che in prevalenza governano il paese attraverso le istituzioni di cui il paese fa mostra, adottano un programma di istruzione che non comprende nel suo piano di studi l’inclusione della diversità sessuale. La maggior parte delle scuole non ha libertà di azione per inserire questi contenuti nei suoi programmi di istruzione, e se lo fanno, li inseriscono solo nella misura in cui sono in accordo col Magistero e la dottrina cattolica, escludendo gli apporti di altre discipline e conoscenze riguardanti la sessualità, che facilitano lo sviluppo di processi di discernimento negli alunni, alla luce del Vangelo e della sua esperienza.

Come Pastorale riconosciamo con vergogna che anche noi rappresentiamo parte dei tratti di discriminazione strutturale del nostro paese. Nonostante le nostre migliori intenzioni, troviamo difficoltà nel rapportarci con persone diverse da noi per razza, condizione economica, genere, sesso o religione, scoprendoci molte volte tentati di allontanarci da persone che non vivono la loro sessualità secondo i nostri valori e criteri. Dobbiamo anche convertirci ad una maggior accoglienza, affinchè possiamo vedere, come Gesù nell’incontro e la guarigione della straniera (Mt 15,21-28), sempre in primo luogo la persona. Questa sfida consiste per noi, in modo particolare, nell’apprendistato e nell’apertura ad accogliere persone transessuali che desiderano avvicinarsi al nostro gruppo e chiunque – già appartenente al gruppo oppure no – provenga da altri contesti sociali e/o culturali. In ogni caso rispettando la decisione della persona che desidera partecipare e integrarsi nella nostra pastorale.

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3. Clausole e scelte. La testimonianza di un amore autentico

In accordo col Magistero e la dottrina cattolica, la Chiesa ci propone di vivere la nostra sessualità nella castità, e di riconoscere e accettare che tutti e tutte ci sentiamo chiamati a scegliere una vita celibe, a causa di una condizione innata che avvertiamo come immutabile, ma che per noi non è una scelta. Le nostre vocazioni e chiamate sono molteplici e varie. Non tutti siamo chiamati alla stessa meta. La castità nacessita del nostro consenso e della nostra libertà. Così come è formulato, l’insegnamento della Chiesa riguardo a questi temi non offre nessuna alternativa oltre a questa, escludendo altri percorsi e strade di possibile vocazione personale e comunitaria.

Sentiamo che dobbiamo vivere la nostra vita nel modo in cui Dio ci ha creati e secondo come Egli ci chiama nelle nostre coscienze, e invitiamo gli altri a guardare i risultati e a condividere con noi la nostra gioia e le nostre sfide. E invitiamo anche a lasciare il giudizio definitivo dei risultati a Dio, padrone e ispiratore della vita. Mentre percepiamo il nostro orientamento sessuale come un “dato di fatto”, la vocazione concreta, la situazione e lo stile di vita appaiono come opzioni liberamente scelte, secondo il discernimento che ogni persona realizza davanti a Dio e mantenendosi fedele alla propria coscienza, darà i suoi risultati di pace e gioia nella misura in cui questa vocazione sia autentica e conforme alla volontà di Dio.

Come società disponiamo di testimonianze ed esperienze di vita concrete che presentano come legittime le espressioni di affetto tra persone dello stesso sesso, anche se il riconoscimento e la protezione giuridica di queste relazioni sono ancora in fase di approvazione dal Congresso del nostro paese. I nostri incontri e le nostre riunioni ci hanno permesso di conoscere i desideri di chi ha scelto la sua vocazione di vita in coppia, sperimentando nella pratica che la misura dell’amore cristiano non fa distinzioni né condiziona le sue possibilità di espressione.

Vediamo nella castità, nel celibato, nella vita in coppia e nel crescere i figli, una chiamata che coinvolge la nostra libertà e il nostro consenso. In fedeltà alle nostre coscienze, scegliamo vie di umanizzazione che facilitano il realizzarsi dei nostri progetti, e che non sono per niente diverse dalla chiamata sperimentata da qualsiasi cristiano o cristiana. La famiglia sembra un orizzonte possibile, che molti e molte già vivono nelle loro relazioni di coppia o insieme a quelli che considerano essere la loro famiglia…

La dottrina non riconosce come legittime le aspirazioni che abbiamo descritto. La separazione tra atti omosessuali e “condizione” omosessuale rende difficile poter integrare le nostre esperienze in ambito affettivo e sessuale in orizzonti di realizzazione e pienezza che possano essere nel contempo visti positivamente dagli altri. Non comprendiamo il senso che c’è dietro, nè la condanna che molti e molte dobbiamo subire ogni volta che ascoltiamo la Chiesa riferirsi in questo modo alle nostre espressioni di affetto e di amore.
Ci sembra contraddittorio che, anche quando scegliamo di vivere la nostra sessualità secondo gli stessi criteri che vengono proposti ad ogni coppia eterosessuale, e cioè fedeltà, fecondità, aiuto ed impegno reciproco, la risposta della Chiesa sia, in ogni caso e situazione, sempre di condanna e di rifiuto. L’apertura e la sensibilità che avvertiamo nella nostra società e all’interno della Chiesa, ci incoraggia ad aver fiducia che questo Sinodo della Famiglia possa essere un’occasione per rivedere gli insegnamenti della Chiesa su questo tema e che tutti insieme si possa trovare nuovi modi di avvicinarsi alla realtà di molte coppie di gays, bisessuali e lesbiche che vivono già congiuntamente, formando famiglie e allevando figli. Questo comprende anche forme di aiuto a coppie dello stesso sesso che hanno figli e desiderano educarli nella fede.

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4. Formazione del clero e dei religiosi in tema di sessualità e diversità sessuale

Alcuni e alcune di noi hanno sperimentato l’espulsione dalla formazione al sacerdozio o da congregazioni religiose, a motivo del proprio orientamento sessuale. Altri hanno scelto di non proseguire il cammino della vita consacrata a causa di esperienze di discriminazione o per il fatto di dover continuamente tacere un aspetto fondamentale della propria vita, pur volendo scegliere la vocazione del celibato. E’ stato proficuo per noi il fatto di riunirci una volta all’anno con un gruppo di religiosi e di religiose che hanno manifestato il loro interesse a conoscerci e a imparare insieme.
Incontrandoli di persona abbiamo potuto conoscere le loro impressioni e sfidare tradizioni di insegnamento che prescindono dalla persona e la considerano soltanto un oggetto da conoscere. Questo tipo di incontro e dialoghi sono anche una sfida a pregiudizi e supposizioni che sono diffuse nelle proprie congregazioni o nella formazione diocesana.

Abbiamo l’impressione che l’invisibilità della sessualità nella vita religiosa, la segretezza di fronte all’omosessulaità presente in essa e la lassitudine che abbiamo visto e sentito, ci sfida a voler ancora collaborare affinché molte persone non debbano sperimentare l’incompatibilità della propria omosessualità con la vita religiosa. Se andiamo a parlare della sessualità o dell’omosessualità nella Chiesa, in questo argomento includiamo anche l’orientamento sessuale di tutti e tutte quelli che ne fanno parte? O solamente di quelli che come laici e laiche sono “in contatto col mondo”?

Non si chiede che i religiosi e le religiose omosessuali debbano fare coming out (anche se talvolta sarebbe bene se potessero farlo, conoscendo la maggior forza della testimonianza della fede e di Cristo che solitamente si realizza grazie al senso di autenticità che accompagna l’affermazione della propria omosessualità), ma ci si deve porre questa domanda: che tipo di educazione sessuale ricevono i pastori? In che modo questa educazione li prepara ad accompagnare omosessuali, lesbiche, bisessuali e transessuali? Come ci si rapporta oggi con gli omosessuali che appartengono a comunità religiose di base? Come si percepisce e come si sradica l’omofobia all’interno delle istituzioni di formazione e nelle comunità? Cosa avviene riguardo all’esperienza e all’espressione della sessualità in queste comunità e come questo si ripercuote all’esterno (nel lavoro pastorale)? Come potrebbe la formazione dei religiosi, delle religiose e dei sacerdoti acquisire una sana integrazione dell’energia creativa della sessualità, per ottenere maggior forza e credibilità della testimonianza che impegna la Chiesa e la società? Come si dovrebbe inserire in questi contesti l’accoglienza ai diversi orientamenti sessuali? Siamo convinti che questi processi potrebbero sensibilizzare verso l’accoglienza di qualsiasi persona che è “diversa”, anche se essa facesse parte del clero o delle congregazioni, nella convivenza fraterna e nel lavoro pastorale.

I religiosi e le religiose che ci accompagnano sottolineano che la pastorale è stata uno spazio di umanità e occasione di umanizzarsi, uno spazio dove tutto il tempo accolgono la Buona Novella e dove hanno potuto riconoscere Dio che agisce, lo Spirito Santo che fa sentire il suo soffio e Gesù che guarisce, unisce, consola e invita ad unirsi a Lui, uno spazio dove si sentono fratelli e compagni di strada e riconoscono una Chiesa viva, in movimento, impegnata, con laici e laiche responsabilizzati che li invitano a conoscersi nel cammino.

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5. Messaggio di Gesù e nostro apostolato come battezzati

Le lacerazioni che abbiamo vissuto nelle nostre storie personali a causa del difficile processo di accettarci come persone “diverse” molte volte sono state accentuate dalla Chiesa. Nello stesso tempo questa accettazione di sè è stata per molti di noi un gesto di grande fiducia e onestà davanti a Dio, nella profondità dell’anima, luogo in cui “il Creatore parla alla sua creatura”.
Se continuiamo tuttora a rimanere nella Chiesa lavorando per il Regno e impegnandoci, è allo scopo di promuovere un cambiamento, per dare testimonianza e fede di questa buona notizia che è la dignità del battesimo. Noi non siamo chiamati a rimanere nelle “tende del Tabor”, ma a portare questa buona notizia ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, omosessuali, eterosessuali anche, a chi incontra le maggiori resistenze e difficoltà con la nostra accettazione.

Siamo consapevoli che nel nostro paese e nella Chiesa le resistenze sono ancora maggiori in una realtà che continua ad essere ostile e che in molti settori ecclesiali è tuttora presente e anzi tende a crescere. Avendo a disposizione PADIS+ e lo spazio che ad essa è offerto da CVX Cile – cosa nota alla Conferenza Episcopale del Cile, coi rappresentanti della quale siamo in contatto e che ci hanno fatto visita -, siamo fortunati. Questa consapevolezza genera in noi un senso di responsabilità nei confronti dei nostri fratelli omosessuali, delle nostre sorelle lesbiche, dei bisessuali e dei transessuali. Siamo un gruppo fortunato perché disponiamo di uno spazio intimo e privato in cui possiamo riunirci, conversare e crescere insieme come comunità nella fede. Chi per vari motivi non può contare sugli appoggi e sulla protezione che noi invece abbiamo, resta maggiormente esposto all’omofobia e ai suoi effetti.

Siamo un gruppo fortunato, sappiamo che la nostra storia come PADIS+ non è la norma per quelli che si sentono ancora discriminati e incompresi a causa del loro – o di quello dei loro figli – orientamento sessuale o appartenenza ecclesiale. Ciò che abbiamo vissuto non possiamo tenercelo per noi: le buone notizie vanno condivise. La nostra testimonianza ha fatto sì che altri e altre abbiano riconosciuto l’azione di Dio presente in luoghi dove forse non si aspettavano di trovarla. Per la Chiesa e la società siamo stati motivo di ottimismo e di speranza, di rinnovamento e incontro con realtà che sono sempre state percepite come minacciose.

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6. I nostri sogni come padri e madri di figli e figlie LGB

La nostra esperienza come genitori, nell’accompagnare i nostri figli/e omosessuali ci ha dimostrato l’imprescindibilità che all’interno delle pastorali famigliari vengano creati degli spazi affinché padri e madri con figli/e omosessuali possano aggregarsi ed essere inclusi in questo cammino. Quando un figlio esce dall’armadio facendo coming out con i suoi genitori, questo è anche il momento in cui gli stessi genitori al contrario entrano nell’armadio di fronte alla società e alla Chiesa. Nascono le angustie, i sensi di colpa, le insicurezze, la paura di ciò che non si conosce e sembra che il mondo debba finire.
Sogniamo una Chiesa che voglia accogliere le famiglie con figli/e omosessuali, che si preoccupi per loro e fornisca strumenti affinché queste famiglie possano continuare a camminare insieme al loro figlio/a, senza vergogna, senza paura, ma che continuino a sentirsi parte della comunità a cui appartengono, perché hanno la certezza che il loro figlio/a continuerà ad essere considerato e stimato come persona in pienezza.

Sogniamo una Chiesa che voglia aprirsi e permetta uno sviluppo completo della persona, affrontando a viso aperto le sfide che i nuovi tempi ci invitano a vivere.
Sogniamo una Chiesa che sia coraggiosa e non abbia paura di accogliere tutti gli uomini e le donne, senza badare al loro orientamento sessuale, aprendo percorsi affinché sin dalle scuole primarie i bambini possano conoscere in tutta la loro dimensione i diversi modelli di famiglia esistenti.
Sogniamo una Chiesa che voglia essere fedele al messaggio del Vangelo e sia un luogo di incontro e di accoglienza per tutti i figli di Dio, senza alcun tipo di esclusione.
Sogniamo di abbandonare i manuali e i documenti e di sostituirli con l’ascolto attivo e sincero della novità che l’altro mi rivela. Abbiamo fiducia nell’azione di Dio sulla vita di ogni persona, nello Spirito che abita nelle coscienze e nella certezza di aver bisogno gli uni degli altri nel processo della vicendevole scoperta e conoscenza.

Sentiamo che questo anelito riecheggia ciò che abbiamo potuto leggere, proveniente da altri paesi, nel materiale preparato per il Sinodo che alcune Conferenze Episcopali hanno riassunto e pubblicato. Osiamo anche dire che riecheggia con un sensus fidei più ampio, da parte di persone non direttamente interessate all’argomento che stiamo sviluppando.

Crediamo, e ne abbiamo avuto conferma dalle reazioni di molte persone che ci hanno conosciuto, che i risultati che stiamo vedendo siano motivo di gioia e di speranza. Persone crucciate con la Chiesa tornano a lei, confermano il loro legame con lei e tornano ad amarla attraverso la testimonianza della comunità più ampia – religiosi, religiose, laici, laiche – che si dimostra accogliente; le ferite possono guarire, persone prima escluse o allontanate tornano a vivere la loro fede in comunità; il dolore e la rabbia poco a poco si trasformano in una condivisione della testimonianza di accoglienza e in un’apertura agli altri.

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Consiglio PADIS+

Santiago del Cile, 14 settembre 201

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