L’intervista. Come il magistero cattolico influenza gay e lesbiche e come una pastorale inclusiva fa la differenza

Intervista alla dott.ssa Arianna Petilli di Innocenzo Pontillo pubblicata su Progetto Gionata.org
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A pochi giorni dalla conferenza internazionale “Le strade dell’Amore”, che vuole porre all’attenzione del Sinodo dei Vescovi cattolici la domanda «Quale pastorale per le persone omosessuali e transessuali», è stato finalmente pubblicato in maniera completa il lavoro di ricerca “Religione e omosessualità: uno studio empirico sull’omofobia interiorizzata di persone omosessuali in funzione del grado di religiosità” che, per la prima volta in Italia, analizza approfonditamente l’impatto degli insegnamenti del Magistero della Chiesa Cattolica sulla vita delle persone omosessuali e indaga sugli effetti che una pastorale cattolica, inclusiva e accogliente, può avere sui gay e sulle lesbiche cattolici.
La ricerca ha direttamente coinvolto alcuni gruppi italiani di cristiani omosessuali che, già da alcuni anni, fanno esperienza di una pastorale inclusiva che mira alla risoluzione di qualunque conflitto gay e lesbiche cattolici possano percepire tra le loro credenze religiose e la loro omosessualità.Un lavoro di ricerca che ha coinvolto 366 persone omosessuali, distinte tra cattolici e non credenti, condotto dalla dottoressa Arianna Petilli, laureata in Psicologia Clinica e della Salute, insieme al professor Davide Dèttore (Psicologia e psicopatologia del comportamento sessuale, ed. McGraw-Hill, 2001), alla dottoressa Antonella Montano (Psicoterapia con clienti omosessuali, ed. McGraw-Hill, 2000) e al professor Giovanni Battista Flebus.
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Ma chiediamo proprio alla dott.ssa Petilli qual era l’obiettivo del suo studio?

Tutto il lavoro è stato guidato da un obiettivo ben preciso, cercare di capire come la religione cattolica influenzi gli atteggiamenti che gay e lesbiche nutrono rispetto alla propria omosessualità. Pertanto, sono stati confrontati tre diversi gruppi di persone omosessuali: i gay e le lesbiche che si definivano non credenti, i gay e le lesbiche cattolici che frequentavano un gruppo di cristiani omosessuali e i gay e le lesbiche cattolici che dichiaravano di non averne mai frequentato uno. In totale la ricerca ha coinvolto 366 persone. Dei tre gruppi sono stati misurati e messi a confronto i livelli di omofobia interiorizzata.
Prima di procedere ad analizzare insieme i risultati della sua ricerca, ci spieghi meglio che cos’è l’omofobia interiorizzata e come la religione cattolica influenza i livelli di omofobia interiorizzata di gay e lesbiche.
Con l’espressione “omofobia interiorizzata” si fa riferimento all’interiorizzazione, da parte di una persona omosessuale, della visione negativa che la società nutre nei confronti dell’omosessualità. Detto in altri termini, le persone omosessuali apprendono e applicano verso loro stessi gli stereotipi negativi relativi all’omosessualità che sono diffusi nel contesto sociale in cui vivono.
Per quanto riguarda il rapporto tra religione cattolica e omofobia interiorizzata, sembrerebbe che riconoscersi in una religione che promuove una visione negativa dell’orientamento omosessuale, non faccia altro che incrementare i pregiudizi di gay e lesbiche verso l’omosessualità e, quindi, verso loro stessi. Com’è noto, infatti, la Chiesa cattolica mantiene ferma la propria posizione di condanna morale nei confronti dei rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso, proponendo la castità come l’unica possibilità di condotta corretta per gay e lesbiche.
Una persona, quindi, che prova attrazione per lo stesso sesso e che si definisce cattolica, dovrà fare i conti con gli insegnamenti della propria confessione religiosa, specie se in questi si riconosce e se hanno un importante valore soggettivo. Nella maggior parte dei casi ne deriverà un forte conflitto tra le proprie preferenze sessuali e le credenze religiose, che ostacolerà il processo di accettazione della propria omosessualità.

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Quali sono i risultati del suo studio sul rapporto tra religione cattolica e omofobia interiorizzata?

In modo non sorprendente, anche i risultati del mio studio confermano che la religione cattolica influenza pesantemente il modo in cui gay e lesbiche valutano la loro omosessualità, mostrando che i gay e le lesbiche cattolici coinvolti nella ricerca, rispetto ai non credenti, sono caratterizzati da maggiori livelli di omofobia interiorizzata. I risultati evidenziano, inoltre, che quanto più i valori religiosi cattolici influenzano la famiglia di origine dell’intervistato, tanto più la sua omofobia interiorizzata è forte e radicata.
Concentriamoci più da vicino sui gruppi di cristiani omosessuali. Innanzitutto, come nascono questi gruppi e qual è la loro finalità?
A dispetto della dottrina cattolica istituzionalizzata, in varie parti del mondo i gay e le lesbiche cattolici si sono spontaneamente riuniti in gruppi in cui continuano a praticare la loro religione senza cercare di nascondere o modificare la loro omosessualità, ne’ tantomeno proponendo la castità come l’unica strada percorribile.
Questo è accaduto anche in Italia con la nascita dei gruppi di cristiani omosessuali. La finalità, nello specifico, è quella di aiutare i partecipanti a risolvere l’incompatibilità sperimentata tra le loro credenze religiose e l’omosessualità. Come vi spiegavo prima, a causa degli insegnamenti cattolici ufficiali che continuano a mostrarsi contrari alla sessualità omosessuale, molti gay e lesbiche cattolici possono percepire un forte conflitto tra i propri valori religiosi e il proprio orientamento sessuale. I gruppi di cristiani omosessuali cercano di offrire a coloro che li frequentano la possibilità di vivere la loro omosessualità nel rispetto delle credenze religiose, senza dover rinunciare a nessuno di questi due aspetti.

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Come cercano di raggiungere questo risultato?

All’interno di ciascun gruppo vengono organizzate numerose attività finalizzate a promuovere una nuova interpretazione religiosa positiva dell’omosessualità. Per esempio alcuni incontri sono dedicati alla lettura dei testi sacri, interpretati secondo i contributi della nuova esegesi che dimostrano come ogni passo biblico vada attentamente collocato all’interno del contesto storico e culturale in cui è stato scritto. Altri momenti sono dedicati alla preghiera, collettiva e individuale e, altri ancora, all’approfondimento con esperti di argomenti correlati al rapporto tra Chiesa cattolica e omosessualità. Inoltre, in base alla mia esperienza in alcuni gruppi di cristiani omosessuali, mi sono potuta accorgere di come, all’interno dei gruppi, la religione sia spesso interpretata come un rapporto diretto con Dio che non ha bisogno della mediazione dell’istituzione cattolica. In questo modo sarà privilegiato un cammino spirituale personale che avrà l’effetto di ridurre l’importanza dei documenti cattolici, sempre avversi all’omosessualità agita, e quindi di ridimensionare il loro impatto negativo sull’immagine che gli omosessuali cattolici hanno di loro stessi e della loro sessualità. Del resto, benché il più delle volte coloro che frequentano tali gruppi siano, per la maggior parte, cattolici, la definizione di “cristiani” sta a indicare la loro distanza dalla gerarchia ecclesiastica e da un modo di concepire la religione come un insieme di dogmi e divieti.

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Quali sono i risultati del suo studio che riguardano i gruppi di cristiani omosessuali?

Come dicevo prima, i gay e le lesbiche cattolici del mio studio sono risultati più omofobici degli omosessuali non credenti, senza alcuna distinzione determinata dal fare o meno parte di un gruppo di cristiani omosessuali. Si potrebbe quindi frettolosamente concludere che tali gruppi non siano capaci di raggiungere l’effetto sperato. In realtà, la ricerca mette in evidenza ulteriori risultati che offrono diversi spunti di riflessione. Innanzitutto si è osservato che all’aumentare del tempo di frequentazione del gruppo, i livelli di omofobia interiorizzata dei partecipanti si riducono significativamente. Inoltre, confrontando i livelli di omofobia interiorizzata dei gay e delle lesbiche che erano arrivati al gruppo da meno di un anno con quelli dei cattolici che non avevano mai frequentato tali gruppi, si è potuto constatare come, almeno in questo studio, siano proprio le persone appena arrivate al gruppo quelle più omofobiche.
Sembrerebbe, quindi, che tali gruppi siano frequentati soprattutto da coloro che posseggono una visione più negativa della loro omosessualità. Il fatto che, con l’aumentare del tempo di partecipazione, i livelli di omofobia interiorizzata si riducano, rende evidente quanto sia importante, per gay e lesbiche cattolici, frequentare gruppi religiosi che validano la loro omosessualità.

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Perché, secondo lei, frequentare questi gruppi ha effetti così positivi?

Dovete considerare che, per alcuni, il gruppo rappresenta l’unico luogo in cui vivere senza inibizioni la propria omosessualità e l’unico contesto in cui praticare la propria religione senza sensi di colpa. Molte delle attività organizzate all’interno dei gruppi, infatti, hanno l’obiettivo di aiutare i partecipanti a mettere in discussione gli insegnamenti cattolici ufficiali, sempre contrari alla sessualità omosessuale, per interpretare, invece, l’omosessualità, in un’ottica religiosa positiva.
Nel gruppo, inoltre, è possibile conoscere altri gay e lesbiche cattolici che, vivendo la medesima condizione, possono divenire importanti fonti di sostegno oltre che validi modelli di riferimento. Si tratta di un aspetto, quest’ultimo, da non sottovalutare perché spesso i gay e le lesbiche cattolici sono costretti a un duplice isolamento, quello che ricevono dalla comunità omosessuale, che li respinge perché credenti, e quello del mondo religioso che li rifiuta perché omosessuali.
Diventa chiaro, allora, che la frequentazione di tali gruppi si trasforma in un’opportunità unica per rompere l’isolamento in cui spesso molti omosessuali cattolici sono costretti e per sviluppare una nuova identità in cui omosessualità e valori religiosi coesistono in perfetto equilibrio.

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