Letizia Tomassone: “Il percorso delle chiese protestanti, dal pregiudizio all’inclusione completa delle persone LGBT”

Intervento della Pastora Letizia Tomassone, coordinatrice della commissione su fede & omosessualità delle chiese valdesi, metodiste e battiste, tenuto a “Le strade dell’amore”, conferenza internazionale per una pastorale con le persone omosessuali e trans (Roma, Italia, 3 ottobre 2014)

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La nostra storia inizia nel Agape, un centro ecumenico, dove, durante l’estate del 1979, era in corso un campo estivo. Una sera del campo venne da Torino un giovane che chiedeva un posto di dignità per gay e lesbiche nelle chiese. Il giovane, Ferruccio Castellano, era già in contatto con le comunità di base cattoliche, in particolare con Franco Barbero. Agape lo invitò ad aprire un nuovo campo di indagine, alla ricerca di una chiesa di ospitalità e di comunione. Essi insieme cominciarono a mettere in discussione le chiese circa la colpa e l’esclusione delle persone omosessuali; cominciarono a cercare accettazione, chiedendo se ci fosse un posto per i credenti gay in chiesa. In vista del campo, inviarono una lettera a centoventi parrocchia a Torino.
Conosciamo la risposta dei pastori protestanti. Il team pastorale protestante in realtà non aveva una risposta, ma una sorta di pensiero classico sulla questione. Eppure quella lettera è stato il modo in cui hanno iniziato a vedere la vita delle persone di solito invisibili nella chiesa. Tale potente interpellazione ha portato all’organizzazione del primo campo su fede e omosessualità in Agape.
Da allora (1980) ci sono stati senza interruzione tali campo estivo, che fu poi accompagnato dai campi lesbici. Questi incontri sono una delle fonti profonde per una nuova visione sulle persone GLBTQ davanti a Dio. Purtroppo Castellano si suicidò poco dopo. Come lui, altri non poterono in questi anni sopportare la pressione di una vita così difficile e nascosta. Voglio solo qui ricordare Beat(e), un transgender luterano di Napoli, uomo in un corpo di donna.

Bugie e mascherate non trasformano il mondo. Tuttavia il nascondimento è ancora una delle esperienze d’amore che si trovano negli interstizi di una finta normalità. Se non c’è bisogno di fare coming out, se è possibile vivere nella invisibilità degli interstizi, da dove può venire il coraggio di parlare di se stessi? In un contesto simile, che valuta come supremi i valori della famiglia tradizionale ed eterosessuale, la poeta palestinese Habib esalta il coraggio di quelle lesbiche che rendono visibile la loro realtà [1].
Esse stanno trasformando il mondo. Tuttavia, raccontare se stessi e vivere autenticamente, è qualcosa di profondamente destabilizzante sia per una lesbica che persino più in generale per una donna. La nostra realtà è costruita sulla menzogna e sul nascondimento.
In particolare poi, le donne hanno da portare avanti un discorso sulla verità di dire di sé stesse, un discorso ben articolato per esempio negli scritti di Adrienne Rich, che mostra come l’abitudine alla menzogna su di sé porta a perdere la consapevolezza di essere un soggetto diverso, con altri desideri da quelli indotti dalla posizione subordinata [2].

Alla fine, la menzogna e la confutazione diventano la “divisa” portiamo nella nostra vita privata, anche con noi stessi. Si racconta che i campisti arrivavano ad Agape, negli anni ottanta, vestiti con giacca e cravatta, come in una mascherata di rispettabilità, per poi cambiarsi e apparire nei colori vivaci e gioiosi della loro vita gay per tutta la settimana di campo. Questo cambio di vestiti, che veniva ripetuto alla fine della settimana, esprime chiaramente la necessità di occultamento che esisteva in Italia in quel periodo, in particolare per i gay. Ma abituarsi alla libertà fa crescere la libertà, e queste settimane di libertà hanno finito per influenzare i modi di essere di gay e lesbiche al di fuori di Agape.
La vocazione della chiesa non era proprio quella di essere un luogo di libertà? Il luogo di un banchetto così ben preparato che briciole di libertà potrebbero cadere anche per coloro che prima si nascondevano sotto i tavoli per paura di essere cacciati. Dire di sè è ancora uno dei tanti percorsi che ci può guidare verso un mondo più vasto di autenticità e di verità. Ma se si aprono delle crepe, l’intero edificio corre il pericolo di crollare. In realtà però, questo è ciò che vogliamo davvero, che questo edificio di normatività eterosessuale crolli, perché si tratta di un edificio che nasconde e delegittima ogni altra esperienza di sé e del mondo e che perseguita le persone che osano vivere la complessità.

Molto prima che iniziasse la discussione in Italia, ad Agape, c’erano stati gli scontri di Stonewall, al Greenwich Village di New York, nel 1969. Queste manifestazioni contro la violenza della polizia sono considerate come il primo momento che porta al movimento di liberazione gay e alla lotta per i diritti LGBT negli Stati Uniti. Quello era un momento di rivoluzione culturale e sociale, con grandi conflitti e repressioni. Quando la repressione è così dura siamo di fronte ad un soggetto in grado di dire se stesso e per capire la sua identità come una differenza positiva.
La pratica delle chiese, invece, è stata per lungo tempo volta ad escludere i soggetti divergenti o inquietanti: gay, donne, e in generale ogni persona che ha una vita che non si adattava alla morale dominante, in questo caso la morale della famiglia borghese. La voce e l’impegno di gay, lesbiche e transgender era così necessaria per cambiare l’atteggiamento e la teologia delle chiese. Ci sono stati pastori gay invisibili nelle chiese protestanti in Italia. Per consentire la loro visibilità sarebbe stato necessario creare una vasta comunità capace di condividere una nuova comprensione della fede.
Nel movimento giovanile protestante venne così avviata una discussione e un gruppo per mobilitare le chiese. L’idea non era quella di creare un gruppo di persone omosessuali, ma un gruppo aperto, sulla base di un approccio libero alla sessualità come dono di Dio, e come una dimensione mobile della vita, a seconda del desiderio e delle relazioni. La sessualità è espressione della propria vita ed è un processo dinamico. D’altra parte questo tipo di percorso è stato fondato su una nuova comprensione del “peccato”: le persone GLBT non stanno affrontando un peccato speciale che influenza la loro identità, ma lo stesso peccato comune a tutta l’umanità, cioè l’incapacità di amare e rispettarsi l’un l’altro.

Molti gruppi di gay cristiani, per più di 20 anni, si sono incontrati presso le chiese valdesi o metodiste. I partecipanti erano di solito cattolici senza un posto nella loro chiesa. Il ministero, a mio avviso, era reciproco: i pastori protestanti (tra i quali, la sottoscritta) hanno imparato a leggere la Bibbia dal punto di vista di qualcuno che là dentro è demonizzato. Gay e lesbiche hanno potuto ricevere una parola di grazia e di riconoscimento da parte di Dio, e un caloroso benvenuto nella comunità dei figli di Dio.

Durante questo tempo abbiamo sviluppato un atteggiamento critico verso la Bibbia e ne abbiamo valorizzato le parole di vita e di accettazione. Così abbiamo scoperto, per esempio, che il peccato del popolo Sodoma era l’incapacità di essere ospitali, non l’omosessualità. La stessa incapacità di ospitalità subita da gay e lesbiche nella chiesa. Questo è stato un vero e proprio rovesciamento del significato di quel testo biblico, che ha contribuito ad aprire nuovi modi di comprensione della parola di Dio.

Dopo lunghe discussioni e qualche situazione condotta in modo discreto, in cui delle coppie dello stesso sesso hanno partecipato ad una preghiera o a una benedizione, il Sinodo valdese ha deciso di aprire la possibilità di celebrare la liturgia benedizione per le coppie dello stesso sesso, nel 2010. Lo stesso anno anche la chiesa luterana in Italia ha preso questa decisione. La chiesa battista ha un’altra organizzazione, basata sulle congregazioni locali, ma queste congregazioni sono generalmente molto aperte ai credenti gay.
Dobbiamo ricordare che proprio la chiesa battista ha vissuto una frattura nella comunione, quando un credente gay chiese il battesimo, negli anni Ottanta. La comunità che fu al suo fianco in quei mesi difficili fondava la sua speranza sulla luce della grazia di Dio, ed è un’avanguardia per tutti noi.
Lo stesso rischio di frattura nella comunione è presente al giorno d’oggi per una nuova situazione in cui le chiese protestanti in Italia sono ora coinvolte: è la crescita dei credenti migranti nelle comunità.
Come Federazione (FCEI) abbiamo creato un progetto molto importante per cambiare la prospettiva e le liturgie delle nostre chiese, chiamato “Essere chiesa insieme”. Secondo questo progetto, i protestanti italiani, accolgono con favore la trasformazione nella propria vita di fede grazie allo scambio con persone provenienti da altre culture e contesti, che vogliono essere chiesa con noi.
Molto spesso si tratta di rifugiati o di migranti economici che provengono da un forte contesto evangelico. Molto spesso hanno una comprensione tradizionale dell’omosessualità come peccato. Così ci stiamo impegnando in questa difficile discussione. Si tratta da un lato di non perdere l’attenzione alla difficile situazione delle persone migranti in una cornice discriminatoria come la società italiana e il mercato del lavoro italiano.
Allo stesso tempo, di non perdere la ricchezza di una chiesa inclusiva, in cui uomini e donne, gay e etero e ogni persona con il proprio percorso differente e ricco, possono considerare la sessualità come un dono e non come un ostacolo alle relazioni con Dio e con l’altro o l’altra.

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[1] Samar Habib, “Reading the familiarity of the past: An Introduction to Medieval Arabic Literature on Female Homosexuality”, in: Samar Habib, Arabo-Islamic Texts on Female Homosexuality, 850-1780 A.D. (Teneo: New York 2009) 33-45

[2] Adrienne Rich, Segreti Silenzi Bugie. Il mondo comune delle donne, La Tartaruga, Milano 1982.

[3] Matteo 15, 25-28

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