La conferenza “Le strade dell’amore”, la chiesa cattolica e la pastorale per le persone omosessuali. Vent’anni dopo

Riflessioni di Gianni Geraci, portavoce della conferenza “Le strade dell’Amore” (Roma 3 ottobre 2014), pubblicate sul blog I nipoti di Maritain il 13 ottobre 2014
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Avendo fatto parte del piccolo gruppo che si è fatto carico degli aspetti organizzativi della conferenza teologica internazionale “Le strade dell’amore” che lo scorso 3 ottobre ha cercato di rispondere alla domanda: “Quale pastorale con le persone omosessuali e transessuali?” posso testimoniare che alcuni di noi erano preoccupati di ritrovarsi la sala vuota.
Solo io ero molto ottimista anche perché avevo vissuto la straordinaria avventura di un’altra conferenza simile alla cui organizzazione avevo partecipato nel 1999: allora il numero dei partecipanti era stato così alto che abbiamo dovuto organizzare una sorta di conferenza alternativa in un ristorante lì vicino.

“Ma nel 1999 – mi aveva fatto osservare qualcuno – erano state coinvolti anche Noi siamo chiesa ed alcune associazioni omosessuali. Adesso la conferenza è organizzata da un comitato composto da quattro italiani che sono davvero pochi”.

E invece… Invece l’aula magna della Facoltà teologica valdese era stracolma e non tutti sono riusciti a trovare posto.
Invece il caldo dovuto all’affollamento ha costretto alcuni di noi ad arrampicarsi sulle sedie per aprire le austere finestre di vetro intarsiato che, probabilmente, alte come sono, non vengono aperte molto di frequente.
Invece il sottoscritto che è stato sbattuto fuori dalla conferenza a distribuire dei moduli in cui i partecipanti erano invitati a mettere nome, cognome, provenienza e associazione di riferimento, mentre ascoltava le relazioni dall’auricolare della traduzione simultanea ha iniziato a capire che, questa volta, l’avevamo fatta grossa perché davvero stavano arrivando persone da tutto il mondo: dall’Australia (ma forse la presenza tra i relatori di un vescovo che era stato ausiliario nella diocesi di Sidney ha spinto qualcuno a venire da lì), dal Kenia (e qui di motivi “trasversali” non ce ne sono proprio), dal Cile (e quanti erano i cileni: sembrava che avessero organizzato un pellegrinaggio!), al Medio Oriente, dall’Estremo Oriente agli Stati Uniti, dal Messico ai paesi dell’Europa dell’Est.
E poi tanti partecipanti che venivano da quasi tutti i paesi europei (non mi pare di aver visto nessuno della Transnitria e del Lussemburgo, ma non credo che questo comprometta la natura cosmopolita del pubblico.

Per fortuna, per la prima volta, abbiamo pensato alla traduzione simultanea, perché davvero una lingua solal per tutto quel pubblico, non poteva bastare (e non è bastata).
“Ma a parte questi particolari di “colore” – sento già borbottare qualcuno – cosa hanno detto di così importante e di così nuovo i relatori che avete invitato a questa conferenza?”.
La risposta potrà deludere molti, ma vi debbo confessare di non aver ascoltato niente di nuovo anche se erano anni che aspettavo di sentire di nuovo le cose che ho ascoltato venerdì scorso a Roma.

Prendiamo ad esempio il bell’intervento del vescovo Geoffrey Robinson che ha ricordato come il vero problema non è quello che dice la dottrina cattolica sulla sessualità omosessuale, ma quello che dice la dottrina cattolica sulla sessualità tout court: discorsi in cui il codice di diritto canonico conta più del Vangelo e il rispetto delle forme è più importante del rispetto per l’altro. Sono le parole che tanti anni fa avevo letto nel bel libro “La sessualità umana: nuove direttive nel pensiero cattolico americano” che la Catholic Theological Society of America aveva pubblicato nel 1977.

Allo stesso modo il toccante contributo con cui il teologo James Allison ha invitato gli omosessuali cattolici a non perdere la speranza e a impegnarsi evangelicamente per liberare se stessi e gli altri dal clima di oppressione e di discriminazione che si respira in molte parti del mondo mi ha ricordato quanto scriveva nel 1997 il gesuita John McNeill nel suo “Scommettere su Dio” ripubblicato di recente in italiano dalle edizioni Sonda.
Nell’intenso discorso di suor Antonietta Potente ho risentito la voce profetica di don Franco Barbero quando, nel 2000, pochi giorni prima di quel World Pride romano che tante polemiche aveva alimentato da parte della curia vaticana (polemiche che sono evaporate quando quella che veniva descritta come un baccanale che avrebbe rovinato in maniera irrecuperabile il clima di Roma durante l’anno santo si è rivelato poi essere una grande festa con palloncini, colori, musica e tanta gente che si divertiva ballando per le strade di Roma senza offendere nessuno e senza fare niente di scandaloso): don Franco allora invitava gli omosessuali a ripetere l’esperienza di Abramo che, contro il parere dei benpensanti del suo tempo, ha risposto all’invito con cui Dio gli chiedeva di uscire fuori dalla sua terra e di percorrere strade sconosciute solo per seguire una vocazione diversa; suor Antonietta adesso raccomanda agli omosessuali di non tradire la loro differenza e di rimettere in discussione quei ruoli che soffocano le famiglie tradizionali e che feriscono la carne viva delle persone.

E anche la voce di Joseanne Peregrin, che ha chiesto alla chiesa di esprimere la propria solidarietà agli omosessuali e ai transessuali che vengono aggrediti a causa della loro diversità non era altro che un’eco dell’appello con cui tante personalità cattoliche statunitensi chiedevano alla chiesa del loro paese di prendere definitivamente le distanze dal clima di odio che aveva portato, nel 1998, alla morte di Matthew Shepard.

Nel sentire queste relazioni mi sono chiesto: “Ma quanto tempo hanno perso i vertici della chiesa cattolica in questi ultimi trent’anni?”; “Quante sofferenze non ha saputo evitare a lesbiche, gay e transessuali che hanno sistematicamente ascoltato parole dure che li spingevano verso la conclusione che, per loro, non c’era posto nella chiesa?”; “Quante persone sono state spinte lontano dalla loro chiesa e dalla loro fede solo perché nessuno ha saputo ricordare quello che nel catechismo della chiesa cattolica è detto così chiaramente, ovvero che anche gli omosessuali sono chiamati a vivere la perfezione cristiana?”.

Ci sono volute le parole con cui papa Francesco ha rimesso le cose al loro posto per capire che forse, un posto per le persone omosessuali c’è nei disegni imperscrutabili di Dio. Ci sono volute le parole che ha detto durante la sua prima intervista alla Civilità Cattolica (“Dimmi: Dio, quando guarda a una persona omosessuale, ne approva l’esistenza con affetto o la respinge condannandola?”) per capire che la vita degli omosessuali non può essere liquidata strillando contro ogni progetto di legge che ne riconosce la specificità, oppure ribadendo che la teologia morale tradizionale condanna i rapporti sessuali tra le persone dello stesso sesso e dimenticando invece che il Vangelo di Gesù ci ricorda che tutti, ma proprio tutti, siamo chiamati a vivere in comunione con il Padre?

E che si siano persi trent’anni ce l’ha ricordato la pastora Letizia Tomassone nel suo intervento dedicato al percorso che le chiese valdesi, metodiste e battiste, hanno fatto in Italia per arrivare a un atteggiamento inclusivo nei confronti delle persone omosessuali.

Ecco! Il senso delle conferenza che si è svolta a Roma lo scorso 3 Ottobre è tutto qui e si traduce in un appello severo a molti vescovi cattolici: “Avete perso trent’anni. Volete perderne altri trenta e rispondere davanti al Signore delle vostre omissioni o volete finalmente mettere in pratica quello che, nel 1986, la congregazione per la Dottrina della Fede raccomandava a tutti i vescovi con la lettera “Homosexualitatis problema”, ovvero di “sostenere con i mezzi a loro disposizione lo sviluppo di forme specializzate di cura pastorale per persone omosessuali” (cfr 17 bis)?”.

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