La famiglia “normale” è quella che ti ama incondizionatamente, anche se sei gay

Lettera aperta di Alejandro Benavente* letta dal Vescovo Raùl Vera (Messico) alla Conferenza internazionale “Le strade dell’amore – Istantanee di Incontri cattolici con le persone LGBT e le loro famiglie” (Roma, 3 ottobre 2015)

Sono nato quaranta anni fa a San Luis Potosi. All’età di sette anni mi resi conto di una cosa molto strana quando, osservando tutti i miei cugini e amici, notai che a loro piaceva Sasha de Timbiriche, a me invece, piaceva Benny. Allora, non lo capivo né lo vedevo come qualcosa di anomalo e ancor meno gli attribuivo un significato sessuale, ma da allora, la mia propensione doveva essere già definita.

Sono cresciuto come un bambino normale, in una famiglia tradizionale di valori cattolici. Tuttavia, questa normalità, fu intaccata quando mi resi conto che nel corso degli anni sarei diventato il mostro che tutti nel mio ambiente sociale e familiare menzionavano in barzellette discriminatorie cariche di odio e omofobia. Ricercato e sensibile, in una città dove gli uomini veri non piangevano mentre le lacrime denotavano debilità.

Passò il tempo ed ebbi la certezza di essermi convertito in questo. Senza che nessuno lo sapesse mi imbarcai in un viaggio di solitudine, autonegazione e colpevolezza, inoltre fui vittima di bullying. Tutto questo, mi portò a vivere cinque anni di depressione di buio profondo. Ci furono alcune ragazze nella mia vita, rapporti di fidanzamento che però terminarono non senza contraddizioni e ferite. Inoltre, ci fu da parte mia, un tentativo di suicidio che non si consumò, ma soprattutto, questo problema, mi fece allontanare dalla mia famiglia tradizionale per paura di ferire i miei cari, motivo per cui ancora oggi non riesco a trovare il modo di reintegrarmi.

Ero l’unico gay che conoscevo, forse ricordano che nella San Luis Potosi di quaranta anni fa, gli unici omosessuali erano quelli che si prostituivano nelle strade del centro, che chiunque prendeva in giro in modo crudele. Ricordo i pettegolezzi che facevano sul parrucchiere delle donne del luogo, ma nel mio piccolo mondo, ero l’unico gay e questo mi faceva soffrire.

Ciò che ho sempre considerato strano, era il fatto che sono cresciuto in un ambiente 100% eterosessuale, senza alcun esempio vicino a me di omosessualità. Non ho subito violenze o abusi e considerando il contesto e la mia formazione, ero un bambino normale. L’educazione che ho ricevuto nelle scuole religiose che ho frequentato, mi insegnò che le porte del cielo sarebbero state chiuse ad una persona come me, che avrei dovuto vivere all’inferno dopo la mia morte, ed io consideravo questo, come la proiezione e il riflesso di questa vita e dell’inferno che vivevo e temevo non sarebbe mai terminato.

Non andò così. Quasi raggiunti i vent`anni, in un impeto di coraggio, uscii allo scoperto con i miei genitori e fratelli, superammo con la comunicazione e l’amore il problema e decisi di andare via dalla città per conoscere un mondo più aperto e ragionevole. Il tempo passò e, fortunatamente, tutto rimase dietro di me.

Il mio nome è Alejandro Benavente. Figlio di genitori amorosi e rispettosi, che mi inculcarono il senso dell’uguaglianza e del rispetto. Grazie a loro ho capito che tutti siamo uguali anche se non abbiamo le stesse opportunità. Inoltre, mi insegnarono a non stare zitto di fronte alla disuguaglianza e all’ingiustizia.

Scrivo questa lettera perché sabato 8 agosto avrà luogo una manifestazione in difesa della così definita famiglia normale. Una manifestazione che promuovere la separazione e la violazione di alcuni dei nostri diritti-miei diritti, quelli di mio figlio e di suo figlio, concretamente di tutti. Esistono persone che lavorano nella realizzazione di una manifestazione perché a noi omosessuli venga privato il diritto di contrarre matrimonio, una decisione che è stata avallata dalla Suprema Corte di Giustizia della Nazione.

Gli argomenti trattati sono due: l’immagine tradizionale che evoca la parola famiglia e qualcosa di ancora più oscuro chiamato mandato divino. Lo stesso mandato divino che mi condannerebbe senza possibilità di riscatto all’inferno di nuovo. Un mandato basato su un libro scritto da uomini più di venti secoli fa.L’idea tradizionale che evoca la parola famiglia al giorno d’oggi ha cambiato prospettiva. Nei matrimoni attuali si verifica che le mogli non solo decidono di non tenere figli, ma apportano con il loro lavoro i mezzi per la costruzione del patrimonio di famiglia. D’accordo all’idea tradizionale, questa forma di unità domestica non dovrebbe essere considerata un matrimonio, molto meno una famiglia. Per fortuna le famiglie attuali conoscono diverse configurazioni, tutte destinate alla ricerca del pieno sviluppo delle persone che la compongono.

Quattro anni fa, mi sono sposato. Mio marito, anche lui abitante di San Luis Potosi, lavora nel governo federale dando impulso all’esportazione di prodotti messicani e stimolando l’investimento straniero. La sua situazione molto simile alla mia, con una famiglia tradizionale potosina senza omosessuali in linea diretta. Personalmente, sono diventato un artista famoso, sono architetto, ho conseguito un master in fotografia, i miei lavori sono stati esposti in altri paesi, faccio poesia, sono un compositore di musica da pianoforte, ho lavorato in fondazioni senza fini di lucro, sono solidale con il prossimo in ogni occasione che si presenti. Posso dire, di compiere con quelli che vengono considerati i doveri di qualunque individuo. Doveri, che vanno dal rispetto alla nostra Costituzione, fino al pagamento puntuale delle tasse. In nessun caso, potrei considerarmi un cittadino di seconda classe.

Lo scopo di questa lettera è mostrare e rendere evidente che una minoranza omosessuale è sempre esistita, siamo stati qui anche se costretti a fuggire da persone come quelle che organizzano la marcia, persone insensibili alle quali piace giocare ad essere Dio, giudicando come se Lui lo facesse con noi. Sempre siamo stati qui: persone di diversi mestieri; grandi artisti, scienziati, filosofi e filantropi che apportano all’umanità e al suo paese così come molti cercano di fare giorno per giorno.

Non mi piace dire che sono di San Luis perché non mi piace sentire che sono di una città dove persiste il classismo, l’omofobia, l’odio e la ricerca constante della separazione. Una città, dove succede che i tuoi propri familiari si “dimentichino” di invitarti ad un evento familiare per paura o ignoranza. Sono nato lì, pero sono cresciuto in un mondo più aperto, un mondo migliore. Mi piace dire che sono del mondo.
Today the traditional idea of the word family is nulled, as we have actual marriages where spouses not only decide not to have children, but also support with work and resources to build the patrimony for their family. According to that idea, that domestic unit wouldn’t be a marriage, nor a family. Luckily we have actual families with many different agreements that are only looking the full development of the people that make them.

 

Non le piacerebbe che i suoi figli possano scegliere liberamente con chi sposarsi? Che amino loro stessi? Che possano incontrarsi negli ultimi momenti di vita con la persona che hanno scelto? Che l’eredità del loro patrimonio non possa essere impugnato quando uno di loro venga a mancare? Semplicemente, che non si sentano spaventati o esclusi? Perché questo è quello che si evince da questa manifestazione, spaventare ed escludere, giudicare da un banco di accusa a tutti quelli che presumibilmente non hanno gli stessi diritti. Non c’è molto da aggiungere, questa marcia invita alla distinzione, non unifica e, solo vista attraverso la doppia morale, può essere considerata una manifestazione pacifica.

Mi chiedo che n’è stato dell’amare al prossimo come se stessi. Dov’è l’amore? Il matrimonio si considera la base della famiglia. La mia famiglia è stata creata a partire dal giorno che ho conosciuto la persona che adesso è mio marito. Abbiamo lavorato con amore, comunicazione, dedizione e sacrificio, crescendo insieme come coppia e come individui, rispettandoci.

La famiglia normale è questa, sempre presente per ciascuno dei suoi membri, che ti accoglie e ti supporta, che non ti lascia cadere, la famiglia che ti ama incondizionatamente. Precisamente, questo matrimonio che vivo da quattro anni e mezzo, che giorno per giorno è benedetto da Dio e dai miei genitori che hanno dovuto prendere coscienza e sbarazzarsi del sistema di credenze che veniva loro imposto, come viene imposto a tutti voi, ed essere sempre presenti in ogni momento.

La omosessualità non è una malattia, non si trasmette né si distrugge. Non è una scelta dei genitori e contrariamente a quanto qualcuno pensa, non siamo esseri umani di minor valore. Chiunque di voi, inconsapevolmente, potrebbe recarsi alla manifestazione e cooperare a seminare odio e separazione, ma può verificarsi che i vostri figli siano i principali bersagli dei vostri atti e questo non lo scoprirete prima che passino degli anni. Quelli che organizzano la marcia e chi li sostiene con il proposito di metterci in imbarazzo, probabilmente cadranno vittima del paradosso di essere loro stessi i principali destinatari della protesta.
Quale impatto positivo può avere questa marcia? Che accadrà se i crimini di odio troveranno una giustificazione in eventi come questi? Se accadranno fatti come quelli verificatisi in Terra Santa pochi giorni fa?

Anche se oggi vivo tranquillo e felice, le mie dita tremano mentre scrivo questa lettera. Scrivo con il cuore e anche con paura, paura di essere vulnerabile davanti a lupi travestiti da agnelli, paura di un ulteriore rifiuto, che si possa generalizzare questa posizione che afferma categoricamente che stia dicendo cose che non dovono essere dette. In ogni caso, sono sicuro di fare la cosa giusta. Scrivo questa lettera, non solo per me, le mie parole vogliono essere un supporto e un aiuto per i vostri figli, fratelli, nipoti che oggi o domani potrebbero pensare di suicidarsi, che proveranno vergogna di sé stessi e del proprio essere per colpa dell’odio che voi stessi senza rendervene conto state promuovendo.

Vi invito a cercare l’unità, a riflettere sulla disgregazione e la paura. Noi siamo uno con Dio. No so se la manifestastione avrà il successo che si aspetta, però se un solo cuore batte al leggere questa lettera, allora il messaggio avrà raggiunto l’esito sperato e potrò farmi da parte provando il sollievo di chi è riuscito a farsi ascoltare. Ricordate che Dio non commette errori al crearci, ma noi per questo viviamo, per fare errori e imparare.

La ringrazio per l’attenzione e, aperto al dialogo, porgo i miei Distinti Saluti.

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* Lettera aperta già letta alla “Giornata San Luis” (Messico) il 07 Agosto 2015

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Testo originale: En mi pequeño mundo yo era el único gay y eso me hacía sufrir

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